Batman: il ritorno del Cavaliere Oscuro – Il bambino d’oro – Recensione di Alessandro Di Nocera

Ambientato tre anni dopo gli eventi di Cavaliere Oscuro III – Razza suprema, Il bambino d’oro di Frank Miller e Rafael Grampá narra dell’ennesimo tentativo di conquista della Terra da parte di Darkseid, partendo questa volta dalla politica statunitense.

Dicono che Frank Miller è diventato superfluo, che le sue ultime opere quando non fanno schifo sono al massimo dimenticabili. Giudizi sprezzanti che sono piovuti anche addosso a “Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro – Il Bambino d’Oro”, nuovo capitolo – illustrato da Rafael Grampá e Jordie Bellaire – della sua saga alternativa dedicata a Batman e al mondo ruotante intorno a Gotham City. Gli si è detto di tutto: che è un boomer bollito, che scegliere Donald Trump come principale bersaglio satirico è tanto facile quanto superficiale, che non sa più né scrivere, né disegnare.


Ma tu mentre lo leggi ti fai due conti e pensi che la lavorazione deve essere avvenuta a cavallo tra il 2018 e il 2019, assai prima della tragica morte di George Floyd e dei feroci scontri di piazza susseguenti a quel delitto. E quindi consideri quanto Miller riesca ancora a intercettare lo zeitgeist mostrandoci il disordine reale delle masse incarnate dal Joker e dai suoi seguaci; come abbia istintivamente collegato il populismo sovranista all’Equazione dell’Antivita di Darkseid; come sia riuscito a rimettere in campo uno scontro generazionale tra vecchi e giovani, riavviando un discorso già toccato vent’anni fa su “Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora”.


E resti piacevolmente stupito da una storia che ricattura lo spirito di Jack Kirby e della Saga del Quarto Mondo, mostrandoci azioni sopra le righe e dialoghi infarciti di aulica retorica, segni distintivi delle opere del Re.


È una lettura imprescindibile “Il Bambino d’Oro”? Assolutamente no, ma non è affatto frutto della visione di un boomer – per Miller, anzi, le nuove generazioni, avulse da preconcetti, strafottenti e disilluse, motivate dall’unica urgenza di sopravvivere e farsi valere in un mondo che gli adulti hanno lasciato in macerie, costituiscono la sola salvezza possibile – quanto piuttosto di un narratore che prova a portare avanti una fervida poetica punk.

Un autore che, con candore e partecipazione, è dalla parte del nuovo e non del vecchio, che prova ancora a indicare una strada alternativa e ribelle da seguire, mentre in troppi ululano per il ritorno a un ordine precostituito. Ed è per questo che quando chiudi le pagine de “Il Bambino d’Oro”, lo fai con un sorriso compiaciuto e partecipe.

Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro – Il bambino d’oro
di Frank Miller e Rafael Grampá
traduzione di Leonardo Rizzi
Panini Comics, giugno 2020
brossura, 48 pp., colore
5,90 €

Alessandro Di Nocera

Joker: Killer Smile : intervista ad Andrea Sorrentino (La Repubblica Napoli)

La Repubblica Napoli – 01.10.2019 di Alessandro Di Nocera

Joker: Killer Smile” è una miniserie che la DC Comics pubblicherà a partire dal mese di ottobre all’interno di una linea editoriale di nuova concezione denominata Black Label, destinata ad accogliere produzioni a fumetti dai toni più oscuri e adulti. In essa, l’illustratore napoletano Andrea Sorrentino prosegue la collaborazione con il cartoonist canadese Jeff Lemire. La storia punta a un approccio realistico, sulla scia del film con Joaquin Phoenix vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia. È un’indagine sul Joker e sull’effetto che ha sulle persone comuni che hanno la sfortuna di farci una chiacchierata o, peggio, provano a comprenderlo. Il progetto ha un profilo molto indipendente, per il quale la DC Comics ha concesso agli autori ampia libertà creativa e possibilità di manovra.

Nato a Napoli, trentasettenne, il cartoonist Andrea Sorrentino non ama apparire in pubblico (“Sono pigro”, afferma scherzando), preferisce starsene appartato nel suo studio alle falde del Vesuvio, chino sul tavolo da disegno a sperimentare soluzioni grafiche e narrative che possano soddisfarlo come artista e stupire i suoi lettori. Un lavoro appassionato che quest’estate gli è valso un Premio Eisner, equivalente americano dell’Oscar per la narrativa disegnata, come co-creatore, assieme allo sceneggiatore canadese Jeff Lemire, di “Gideon Falls”, epopea sospesa tra noir, mystery e horror che ha conseguito il riconoscimento come “Miglior nuova serie a fumetti”. Un progetto nato in seno alla Image Comics (e proposto in Italia, in volumi cartonati, da Bao Publishing) che potrebbe essere presto trasposto in una serie TV, con Sorrentino e Lemire in veste di produttori. Una storia incentrata su atroci delitti e misteriose sparizioni collegate a uno spaventoso “Granaio nero” che si materializza nei campi di una cittadina rurale nel cuore degli Stati Uniti.
Come sua abitudine, Sorrentino non si è recato al Comicon di San Diego, la kermesse nel corso della quale vengono assegnati gli Eisner: il premio gli è stato recapitato a casa. Ha accettato però molto volentieri di rispondere alle nostre domande.

Sorrentino, qual è stato il suo approccio all’industria dei comics?
“Ho esordito come illustratore per una linea di manuali di giochi di ruolo editi dall’americana White Wolf. Avevano un indirizzo e-mail al quale potevi mandare qualche tua illustrazione per proporti come illustratore per qualche loro libro e così, dopo aver preparato qualcosa che pensavo potesse essere a tema con le loro pubblicazioni, decisi di inviargliela. In questo modo fui notato da un editor della DC Comics che mi propose di realizzare alcune copertine. Sono passato poi a disegnare una miniserie e, nel 2011, la mia prima serie regolare, l’horror ‘I,Vampire’. Ho collaborato per diverso tempo con la DC Comics, prima di firmare un contratto in esclusiva di tre anni con la Marvel. Lì sono stato coinvolto in produzioni come ‘Old Man Logan’ (uno dei titoli a cui è ispirato il film ‘Logan – The Wolverine’, con Hugh Jackman) e “Secret Empire”. Adesso sono impegnato su ‘Gideon Falls’, ma continuo a realizzare copertine per le due major”.

Negli USA il suo coinvolgimento nel genere supereroistico ha lasciato il segno.
“Credo di essere riuscito a portare avanti una narrazione rivolta a una platea ampia, pur mantenendo un tratto distintivo e personale. Grazie a questo sono riuscito a lavorare su storie intimiste, ma anche su serie per il grande pubblico come ‘X-Men’ o ‘Green Arrow’”.

Ci parli di “Gideon Falls”.
“La serie è nata dalla voglia mia e di Lemire di cimentarci in un progetto sul quale detenessimo proprietà e pieni diritti. È un obiettivo, credo, che hanno un po’ tutti coloro che fanno questo lavoro. Jeff aveva già diverse esperienze di questo tipo alle spalle. Per fortuna è andato tutto molto bene, vendite e critiche ci hanno permesso di andare avanti e la serie è anche stata acquisita per la TV. La consiglierei a tutti quelli che hanno adorato ‘Twin Peaks’ o ‘True Detective’, o che amano le atmosfere alla Stephen King”.

I personaggi di “Gideon Falls” sono dotati di fisionomie assai specifiche e di una propria gestualità. Come procede nel cosiddetto character design?
“Quando lavori a una serie incentrata su persone comuni e che quindi non se ne vanno in giro tutto il tempo con lo stesso costume da supereroe addosso, è importante lavorare sulla fisionomia per creare dei personaggi distintivi. La mascherina che copre la bocca e il naso di Norton – un personaggio apparentemente affetto da disturbi psichici – è il dettaglio forse più evidente: oltre a renderlo immediatamente riconoscibile, simboleggia il suo timore nei confronti del mondo esterno, delle cose che gli succedono attorno. Ma anche il linguaggio del corpo di personaggi come Clara, che è una poliziotta o Angie, la dottoressa che tiene in cura Norton, riflettono il loro carattere. Pose e movimenti più aperti e disinvolti, quasi mascolini a volte, per la prima e decisamente più chiusi ed ‘educati’ per la seconda, che ha un background culturale decisamente diverso”.

Colpiscono le soluzioni grafiche che adotta nelle tavole. Widescreen cinematografici, ma anche grandi splash page dense di immagini surreali.
“Credo che il segreto per me sia sempre stato quello di non sentirmi mai del tutto arrivato. Di avere sempre quel desiderio di imparare, di migliorare, di provare nuove strade. Questo mi porta a sperimentare diverse soluzioni narrative o di design. Mi aiuta a mantenere il mio lavoro fresco, stimolante e spero serva a dare un senso a quei dollari (o euro) che un lettore investe quando acquista un mio lavoro”.

L’apporto ai colori del pluripremiato veterano Dave Stewart è eccezionale. Come si relaziona con lui, visto che non di rado i colori sono essenziali nel racconto?
“Dave è un colorista davvero incredibile. Abbiamo fatto una chiacchierata prima di iniziare il lavoro su ‘Gideon Falls’, nel corso della quale gli ho esposto quelle che erano le mie richieste e le mie idee in termini di atmosfera o approccio. Ma lui dopo è andato avanti senza una singola nota o indicazione, riuscendo a capire, quasi magicamente, con assoluta esattezza quello che avrei voluto per ogni singola scena. Ha una capacità di cogliere i momenti giusti per far esplodere colori molto potenti proprio quando serve o andarci cauto quando la soluzione lo richiede. Credo sia un po’ il segreto di ‘Gideon Falls’: sia nei disegni che nei colori operiamo per un lento crescendo e quando le cose deflagrano a conclusione di ogni singolo volume, il tutto viene amplificato dal contrasto con la calma apparente che sembra aver regnato nella prima metà del capitolo”.

Dopo il salernitano Francesco Francavilla, lei è il secondo campano – e il primo napoletano – a vincere un Eisner.
È una grande soddisfazione, un modo per avere conferma che stai procedendo nella direzione giusta. Che anni di lavoro e di studio (che comunque continueranno) sono stati notati e riconosciuti. Da un punto di vista professionale sarebbe ipocrita dire che le cose non cambiano. Sei guardato comunque in modo diverso, si apre qualche porta in più. In ogni caso ci tengo a condividere il successo con tutti quelli che hanno lavorato a ‘Gideon Falls’: Jeff Lemire, Dave Stewart, il nostro coordinatore Will Dennis, Steve Wands, Ryan Brewer e tutto lo staff di grafica e lettering della Image Comics, il nostro editore americano”.

Ha appena ultimato una storia incentrata sul Joker…
“‘Joker: Killer Smile’ è una miniserie che la DC Comics pubblicherà a partire da ottobre all’interno di una linea editoriale di nuova concezione denominata Black Label, destinata ad accogliere produzioni dai toni più oscuri e adulti. Mi rivede collaborare sempre con Jeff Lemire ed è una storia che mira ad avere un approccio realistico, sulla scia del film con Joaquin Phoenix vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia. È un’indagine sul Joker e sull’effetto che ha sulle persone comuni che hanno la sfortuna di farci una chiacchierata o, peggio, provano a comprenderlo. Il progetto ha un profilo molto indipendente, per il quale dalla DC ci hanno dato molta libertà e possibilità di manovra”.

Fonte: [La Repubblica]

Wonder Woman, il film – Riflessione

di Dan Cutali

Il film dedicato a Wonder Woman ha già raccolto incassi stellari come quelle disegnate sui suoi short. Eppure questa Principessa Diana di Themyscira cinematogafica non ha pantaloncini stellati o altro nella sua uniforme che ci ricordino le stars and stripes della bandiera degli USA. Non è neanche un pallido ricordo della Wonder Woman televisiva interpretata da Lynda Carter nel 1976 e di cui tutti gli adolescenti dell’epoca s’innamorarono. In effetti, era anche lei un simbolo che rappresentava gli Stati Uniti d’America e i suoi ideali di libertà e democrazia (e potenza bellica), alla pari di Superman. In epoca pre-Crisis, quando tutto era più innocente e gli eroi erano senza macchia e senza paura, non avrebbe potuto essere altrimenti in casa DC Comics. Soltanto dopo quello spartiacque, l’arrivo delle sceneggiature di Alan Moore in suolo americano e la discesa di tutta la new wave di autori britannici, avremmo cominciato a considerare sia Superman che Wonder Woman di quel periodo un po’ stucchevoli e infantili. Nel caso della Principessa Amazzone, con il passare degli anni e con i gusti dei lettori diventati più smaliziati, l’ideale dell’icona americana è andato sbiadendosi sempre più fin quasi a scomparire.

Questo film è la celebrazione della non-americanità di Diana, di Themyscira appunto. Viene chiamata Wonder Woman dai media americani, come al solito sono loro che danno il nickname – come diremmo oggi – ai super-eroi, per darle ugualmente un senso di appartenenza statunitense. È anche la celebrazione dell’origine divina di Diana e della perdita dell’innocenza nel più classico percorso di formazione che la porta a incontrare un’Umanità sessista e retrograda rispetto alla società matriarcale in cui è cresciuta. Ovvero a crescere e cambiare, anche se a molti critici questo non è piaciuto, trovandola invece una forte incongruenza nella trama, nel carattere del personaggio. Nella pellicola di Patty Jenkins c’è finalmente il recupero metaforico della Dea Madre che trasmette amore e affetto per l’Umanità venuta alla luce dal suo grembo, come viene descritta e sottolineata con precisione nel breve trattato postato su facebook da Alessandro Di Nocera. L’insegnante partenopeo sostiene che l’intento di William Moulton Marston, creatore del personaggio di Wonder Woman ed eminente psicologo, fu quello di fornire agli adolescenti di inizio anni ’40 una figura femminile eroica ma dotata di amore materno ed emancipazione, senza alcun ammiccamento all’erotismo che una figura di questo tipo, con gonnellino svolazzante e body dal quale strabordavano le curve giunoniche, avrebbe potuto far nascere in mezzo a una miriade  di omaccioni super-muscolosi con poteri inimmaginabili ma con le mutande sopra i pantaloni della tuta. Insomma, come scritto da Di Nocera, Wonder Woman è una figura femminista ante-litteram priva di spigolature pruriginose e anzi tesa al far avvicinare ai comics il pubblico femminile, genericamente refrattario ai fumetti di supereroi. Tutto questo traspare proprio nel film che si va a incastonare nel grande mosaico del DC Comics Extended Universe, il DCEU che si sta delineando pellicola dopo pellicola prodotta dalla Warner Bros.

Diana viene cresciuta a Themyscira con gli insegnamenti della madre, la Regina Hyppolita, e delle compagne Amazzoni. Sono insegnamenti di guerra ma anche di amore e giustizia. Diana è greca, tutte le Amazzoni lo sono, e durante il film si evince che in passato hanno dovuto auto-esiliarsi sull’Isola Paradiso, Themyscira appunto, a causa di una dura guerra contro gli uomini il cui unico scopo era sottometterle e conquistarle, guidati dallo spirito del Dio della Guerra, il mitologico Ares (o Marte per i latini). Da qui in poi l’avventura di Diana si sviluppa linearmente seguendo il tipico clichè del viaggio dell’Eroe, dopo l’incontro fortuito con il Capitano Steve Trevor e il suo salvataggio in mare. Quello che però salta all’occhio è finalmente un totale richiamo al fumetto che permea tutto il film, molto più marcato delle precedenti pellicole del DCEU. Ovvero, il riferimento è quello del post-Crisis: tutto ma proprio tutto è un omaggio a George Pérez, come c’è scritto in modo palese anche nei titoli di coda. Ed è questo lo spirito con cui godersi al cinema il film dedicato a Wonder Woman, gli appassionati vi riconosceranno parecchie citazioni alla leggendaria run creata dagli immortali disegni e dalla munifica penna di Pérez. Per il resto, Diana di Themyscira va vista per quello che è: la Dea salvifica e materna che comincia il suo percorso in mezzo all’Umanità (che sia americana non ha importanza – è un dettaglio che abbia fatto il suo ingresso durante la Prima Guerra Mondiale dalla parte dei giusti, infatti all’inizio ha molti dubbi) con un’ingenuità e una bontà disarmanti ma pronta a sfoderare tutta la violenza di cui è capace per difendere quei valori divini sbiaditi ma che, come ha spiegato in maniera esaustiva Di Nocera, hanno ripreso colore con Alan Moore prima, con George Pérez poi e con questo film ora.

Dan Cutali

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Napoli Comicon: breve reportage DC Comics

Nella conferenza di venerdì 22 Aprile, tenutasi nella sala Cartoni Magici, nel corso di Napoli Comicon, la redazione della linea editoriale che pubblica i fumetti DC Comics e Vertigo in Italia, ha svelato il futuro di Batman, Superman, Wonder Woman, Harley Quinn, altri supereroi e antieroi del DC Universe. Lorenzo Corti (Responsabile editoriale) e Salvatore Cervasio (Coordinatore Editoriale) per la RW Lion hanno annunciato le principali novità dei fumetti che verranno pubblicati in Italia nei prossimi mesi.

Robin War, il crossover di Batman incentrato sulle incarnazioni presenti e passate del Ragazzo Meraviglia, sarà presentato tra luglio e settembre sulle testate Batman, Batman il Cavaliere Oscuro e Giovani Titani/Cappuccio Rosso.

Tra agosto e novembre, le testate Superman e Superman L’Uomo d’Acciaio presenteranno la lunga saga che porterà alla risoluzione di tutte le trame attuali relative a Superman, in attesa di Rebirth.

In occasione dell’uscita del film Suicide Squad, a luglio esordirà in edicola una miniserie in quattro albi in formato bonelliano e in bianco e nero, ognuno contenente una selezione di storie per conoscere meglio i personaggi principali della pellicola: il primo numero sarà dedicato alla stessa Suicide Squad, il secondo a Joker, il terzo a Harley Quinn e l’ultimo nuovamente al gruppo che dà il titolo al film.

Per i prossimi mesi è attesa anche l’edizione italiana di Wonder Woman Terra Uno di Grant Morrison e Yanick Paquette.

Bisognerà invece aspettare l’inverno per leggere Dark Knight: A True Batman Story di Paul Dini e Eduardo Risso, primo graphic novel dell’Uomo Pipistrello pubblicato sotto l’etichetta Vertigo.

Sul fronte ristampe, nei prossimi mesi ritorneranno in fumetteria Superman: Red Son, Batman Anno Due e la recente Superman Unchained di Scott Snyder e Jim Lee.

Sempre durante Napoli Comicon si è svolto nella sala Supergulp domenica 24 aprile l’incontro dal titolo  “La grandiosa DC Comics” per la presentazione del volume edito da COMICON EDIZIONI in occasione della mostra dedicata alla casa editrice di Burbank che e’ ancora in corso a a Napoli presso Villa Pignatelli e di cui vi abbiamo mostrato un reportage fotografico sulla nostra pagina Facebook. Hanno presentato il volume alcuni autori italiani importanti del fumetto come Giuseppe Camuncoli, Matteo Casali, Fabrizio Fiorentino e Lorenzo Ruggiero  la conferenza è stata moderata da Alessio Danesi. Molto interessante è stato l’appuntamento dal titolo Batman: un pipistrello nel vecchio continente, in cui è stato svelato il dietro le quinte della miniserie formata da quattro albi dal titolo Batman Europa. Qui trovate potete vedere le tavole del n. 2 e  il saluto speciale per i lettori di Batman Crime Solver da parte di Giuseppe Camuncoli.

Approfitto per ringraziare tutti coloro che ci sono passati a trovare presso l’angolo pomeridiano a noi riservato dallo Stand Star Shop Napoli per scambiare quattro chiacchiere sul nostro personaggio preferito, vedere dal vivo e acquistare l’albo Batman v Superman Concept Artbook. Una riconoscenza in particolare a tutti i disegnatori presenti: Bendetta Fazzino, Federica Manfredi, Giulia La Mura, Mauro Antonini “Manthomex” (Mauro Antonini – The artist formerly known as Manthomex ), Valeria FavocciaVittorio Astone, Pasquale Qualano (Pasquale Qualano Fanpage) e la blogger Maria Francesca Focarelli Barone (Legends of Batmary questa la sua pagina FB).

Chi ha seguito i nostri aggiornamenti live tramite il canale Twitter e Facebook, ha potuto apprezzare una breve intervista realizzata per conto del quotidiano Repubblica.it dall’autore e giornalista Alessandro Di Nocera su Batman Europa la miniserie del tutto italiana ideata da Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli, rispettivamente sceneggiatore e disegnatore già noti per aver realizzato alcuni dei più bei fumetti di casa Dc Comics. Al fianco di queste due icone del fumetto e Lorenzo Corti, è stato presente anche il nostro blog che ha potuto svelare ai propri lettori in anteprima qualche notizia dai diretti interessati. Per coloro che non l’hanno potuta vedere, la pubblichiamo qui di seguito.

Batman Crime Solver incontra Alessandro Di Nocera

Tra coloro che hanno realizzato alcuni tra i migliori articoli redazionali destinati alle pubblicazioni italiane che vedono il Cavaliere Oscuro come protagonista, va annoverato Alessandro Di Nocera. Nato a Vico Equense, vicino Napoli, nel 1969, laureato in Sociologia dell’Arte e della Letteratura e appassionato di fumetti, ha pubblicato numerosi pezzi su riviste specializzate e collane edite dai principali editori nostrani, nonché il saggio ‘Supereroi e superpoteri’ che offre un illuminante punto di vista sul rapporto esistente tra fumetti e mutamenti sociali e culturali (libro ancora disponibile su Amazon). Insegna Italiano, Storia e Storia dell’Arte nelle scuole superiori statali e collabora attivamente con le pagine napoletane del quotidiano “la Repubblica”. Alessandro ha una passione innata per i fumetti, tant’è vero che figura anche come docente di Storia del fumetto (ma anche di Storia del Cinema e Storia dell’Arte) presso la Scuola Internazionale di Comics. Cura inoltre un blog, “Codename: Alexdinox” (alessandrodinocera.blogspot.com). La maggior parte dei suoi editoriali, favorisce da sempre lo scambio di idee con i lettori e assume la forma di un breve saggio oltre che un approfondimento delle argomentazioni trattate nel fumetto. Oggi, per iniziare bene il 2014, è ospite delle nostre pagine, onorandoci della sua presenza con una bella intervista sprint.

Stefano: “Ciao, Alessandro e benvenuto su Batman Crime Solver”

Alessandro Di Nocera: “Ciao, Stefano. Grazie a te per il tuo gentile invito!”

Stefano: “Sappiamo che sei sempre impegnato ad analizzare il rapporto tra generi narrativi e immaginario collettivo nonché il modo in cui Fumetto, Cinema, Televisione formano un’unica, inestricabile rete. Come si svolge la tua giornata tipo di lavoro?”

ADN: “La mia professione ufficiale è quella dell’insegnamento, quindi la mattinata è dedicata alla scuola e agli alunni. I pomeriggi, invece, li alterno tra le documentazioni e le questioni burocratiche inerenti al mio lavoro di professore; gli articoli culturali destinati alle pagine de “la Repubblica” (cartacee e on-line) e i pezzi redazionali che mi richiedono le case editrici per cui in genere collaboro: la 001 Edizioni, la RW Lion e – indirettamente – la Mondadori Comics.

C’è da notare, però, che il mio rapporto con gli alunni è di fondamentale importanza non solo per ciò che attiene l’insegnamento. I gusti dei ragazzi sono fondamentali per capire in quale direzione si sposta l’impatto dell’universo mediatico sul mondo reale. Presto un orecchio costante ai serial TV che guardano, ai film che apprezzano, ai videogame coi quali giocano, ai fumetti e ai libri (sempre meno, in verità) che leggono. Comprendere l’immaginario contemporaneo è un esercizio essenziale poiché il tempo è una macina e certi punti di riferimento pop-culturali crollano nel volgere di qualche lustro.

Alcune settimane fa, per esempio, il Presidente del Consiglio Letta ha fatto, nel corso di una dichiarazione alla stampa, un riferimento a Jo Condor, personaggio di uno spot televisivo risalente a più di quarant’anni fa. E i giornali, riportandola, sono stati costretti a spiegare per bene chi fosse Jo Condor.

Vedi, a me non piace fare riferimenti “a Jo Condor”: quando parlo e quando scrivo, i miei riferimenti culturali devono essere ancorati al presente. L’altro giorno, mentre scrivevo per “la Repubblica” un articolo su “Orfani”, il nuovo serial a colori della Sergio Bonelli Editore, mi sono premurato di telefonare a mia nipote Marcella, un’adolescente amante dei manga, anime e del cosplay, per farmi spiegare un paio di cose su alcuni videogame di cui è appassionata (io, sapendo che se tornassi a giocarci non me ne staccherei più, ho rinunciato da tempo alle consolle).

Ecco, la mia analisi sull’immaginario collettivo parte da tutto questo. E poi c’è il costante monitoraggio di ciò che accade in Rete, a partire dallo scroll continuo della home di Facebook o di Twitter. Certe volte mi sento come Ozymandias in “Watchmen”, quando cerca di percepire “l’umore” del mondo mettendosi a osservare decine di trasmissioni TV contemporaneamente.”

Stefano: “Prima di scrivere un redazionale per un fumetto riesci sempre a leggere totalmente il suo contenuto, o ti e’ capitato anche di dover scrivere, per ovvie ragioni di tempistica, alcuni pezzi a “scatola chiusa” o quasi?”

ADN: “Talvolta mi è capitato di dover leggere assai in fretta alcune storie, ma mai di scriverne, come dici tu, a scatola chiusa. Più che altro, si acquisisce l’abitudine a valutarle sempre per il meglio, a coglierne i punti di forza e non quelli di debolezza, a evidenziare per il pubblico il lavoro creativo che c’è dietro.

Diciamo che il lavoro redazionale mi ha portato a essere meno feroce nelle mie critiche e molto più accondiscendente verso opere che in passato avrei stroncato senza pietà. E questo per quanto concerne tutti i fumetti, non solo quelli della DC Comics.”

Stefano: “Ti ispiri a qualcuno quando scrivi?”

ADN: “No, non direi. Ho avuto degli ideali mentori, questo sì. Il primo è stato Daniele Brolli, un magnifico talebano che mi fece comprendere come si scriveva un articolo costringendomi a mettere mano per ben quattro volte a un pezzo destinato a una rivista a fumetti – “Starmagazine” della Star Comics – per poi cassarlo senza pietà. Era estate e ricordo che mi sentii addirittura male per lo sforzo di capire cosa Daniele pretendesse da me e come impostare quel dannato mini-saggio.

Daniele Brolli mi ha insegnato che qualsiasi cosa tu scriva deve prevedere un italiano più che corretto, una documentazione ineccepibile e la capacità di arrivare a qualsiasi lettore, anche il meno esperto, non dando nulla per scontato. E’ questa la filosofia che mi muove ancora oggi: quando, per esempio, scrivo un pezzo per “Superman”, “Superman/Batman” e “Batman: Il Cavaliere Oscuro” penso sempre che ogni specifico albo può essere il primo per un lettore neofita e il mio redazionale deve essere calibrato di conseguenza.

La soddisfazione più bella è quando incontri (o quando ti arriva l’e-mail di) qualche lettore che ti ringrazia per averlo introdotto a un nuovo universo narrativo facendoglielo comprendere perfettamente. Col DC Comics Universe è capitato diverse volte.

Un altro punto di riferimento per me imprescindibile è Luigi Bernardi, un amico purtroppo venuto a mancare poco tempo fa. Luigi era un polemista eccezionale, uno che considerava il fumetto e la letteratura come espressione rivelatrice della società e della politica, uno che non aveva paura di esprimere opinioni anche impopolari. Luigi mi ha insegnato a prendermi le responsabilità di quanto affermavo, a far valere il mio nome e cognome. Oggi quando sento qualcuno affermare che davanti a ogni opinione bisogna sempre premettere: “A mio personale giudizio” o – per usare un termine da forum – “Imho”, mi incazzo. Se c’è il tuo nome e cognome, allora è già sottinteso che è il tuo personale giudizio. Luigi non temeva di scrivere cose del tipo “Un albo de La Bionda di Franco Saudelli è meglio di una camionata di volumi di Dago” perché riteneva che certe boutade fossero fondamentali per scatenare un dibattito culturale, una riflessione critica. Luigi non avrebbe mai utilizzato un’espressione democristiana come: “A mio personale giudizio”. E mi guardo bene dal farlo anch’io.”

Stefano: “Quanto richiede la stesura di un pezzo? In quanto tempo riesci a scriverlo? Dopo quanto tempo viene pubblicato?”

ADN: “Non farmici pensare!… Dunque, quando scrivo per “la Repubblica” ho dei tempi stretti e contingentati: quindi un pezzo di 3600 battute (sessanta righe) posso buttarlo giù anche in un’oretta di lavoro. Gli articoli redazionali per la Mondadori/RW Lion sono invece, in media, di 15.000 battute e prevedono spesso e volentieri degli impegnativi lavori di ricerca. Per questo talvolta mi capita di perderci un paio di pomeriggi: otto o dieci ore d lavoro in totale (escludendo il tempo di ricerca, che però considero quasi come un divertimento, viste le scoperte che riesco a fare).

Sul tempo di pubblicazione… ecco, sento già gli alti ululati di Alessio Danesi e di Lorenzo Corti nella redazione della RW Lion! L’ottimale sarebbe quello di consegnare i pezzi due mesi prima della pubblicazione della testata alla quale sono destinati. Ma io spesso e volentieri sgarro e li consegno anche solo trenta giorni prima. Questo genera le reazioni allarmate e inviperite di Alessio e Lorenzo che incominciano a tempestarmi di mail e di telefonate (e un paio di volte sono stato costretto a lavorare di notte come un forsennato).

Io, però, ho una giustificazione e un punto di forza: i miei pezzi non sono mai banali, si vede il lavoro di ricerca che c’è dietro. E poi, modestia a parte, sono sempre, dal punto di vista sintattico-morfologico-grammaticale, pulitissimi: richiedono pochissimi interventi di editing. E questo velocizza i tempi di lavoro.

Da questo punto di vista il complimento più bello me l’ha fatto un redattore de “la Repubblica”: “Alessandro, non hai idea di quale importanza abbia il fatto che tu ci consegni lavori puliti, che non hanno bisogno di interventi esterni per essere pubblicati!” Ma tra i complimenti c’è stata anche una bellissima mail che mi ha inviato Alessio una settimana fa, dopo che gli avevo spedito l’articolo redazionale per il numero 5 dell’edizione da edicola di “Y: L’ultimo uomo”. Il contenuto specifico, ovviamente, lo tengo per me, ma considerando che con la supervisione di Alessio ho realizzato, a partire dal 2008, più di centosessanta pezzi redazionali, la cosa assume un valore particolare.”

L'immagine promozionale della Collana Batman: La leggenda

L’immagine promozionale della Collana Batman: La leggenda

Stefano: “Ci racconti qualcosa del periodo in cui hai realizzato le prefazioni della collana “Batman: La Leggenda?”

ADN: “Per quanto mi riguarda, il 2008 è stato uno dei più difficili della mia vita: la malattia di mio padre (al quale ho dedicato un redazionale di “Preacher”) e vari, gravi problemi familiari mi erano piombati addosso all’improvviso, come una mazzata tra capo e collo. E fu proprio in uno dei momenti più critici che mi arrivò la telefonata di Pasquale Ruggiero – editor della Magic Press, che all’epoca effettuava attività di service per la Planeta DeAgostini – che mi voleva come “prefatore” dei volumi di “Batman: La leggenda” che sarebbero usciti in allegato a “Panorama” e a “TV Sorrisi & Canzoni”. Pasquale sapeva che l’impegno settimanale avrebbe richiesto una certa tempra e una certa capacità di scrittura e aveva valutato che, in quanto collaboratore de “la Repubblica”, abituato a lavorare in velocità, e in quanto esperto del genere supereroistico, facevo esattamente al caso suo.

All’epoca si parlava della “Maledizione di Batman”, delle varie sfighe che colpivano gli attori e gli autori che avevano lavorato ai film sul Cavaliere Oscuro diretti da Christopher Nolan. E così mi misi a scherzare anch’io sul fatto che un lavoro prestigioso come quello per le testate di Batman era giunto in uno dei momenti più controversi e bui della mia vita.

Alcuni dei volumi pubblicati dalla Planeta De Agostini di Batman: La leggenda.

Alcuni dei volumi pubblicati dalla Planeta De Agostini di Batman: La leggenda.

“Batman: La leggenda” mi ha mantenuto impegnato per due anni. E mentre la collana si prolungava di volta in volta, alla Magic Press – che, sempre per conto della Planeta, si avvaleva dei miei testi anche per “Sandman”, “Preacher”, “Hellblazer”, il “Kamandi” di Jack Kirby, ecc. – si scommetteva, di settimana in settimana, su quale argomento mi sarebbe venuto in mente per il redazionale in scadenza di consegna, anche in considerazione del fatto che talvolta i timoni dei volumi variavano all’improvviso perché la Planeta, a causa di imperscrutabili problematiche tecniche, non si ritrovava a disposizione i materiali stabiliti e richiesti dall’Italia. Pertanto Alessio si ritrovava a operare in emergenza e a inserire in sommario, con operazioni last minute, quanto di meglio inerente al mondo di Batman avesse sotto mano. Ci sono stati momenti in cui ho effettivamente temuto di essere giunto al capolinea, di non avere più nulla da dire, ma la vastità del genere supereroistico e la complessità del DC Comics Universe  mi fornivano ogni volta, anche all’ultimo momento, nuovi, intriganti spunti di riflessione. Luca Ippoliti, in particolare – attuale figura di riferimento della Magic Press – ne restava sbalordito. Qualche editore mi ha anche proposto di ordinarli e rimaneggiarli per ricavarne un libro a parte, ma ho sempre nicchiato.

Alla fine, ci sono stati diversi lettori che mi hanno ringraziato per l’essenziale guida fornita loro da quei redazionali. “Batman: La leggenda” resta ancora oggi un viatico fondamentale per addentrarsi nel mondo a fumetti del Cavaliere Oscuro.

Poi, con l’avvento della RW Lion, Lorenzo Corti – allora unico direttore responsabile della nuova casa editrice – mi ha chiamato a scrivere i redazionali del “Superman” confezionato per la Mondadori. E lo staff redazionale di Segrate – che già mi aveva apprezzato su “Batman: La leggenda” – è stato a sua volta felice di potermi annoverare ancora tra i suoi contributors.

Quello su “Superman” è un lavoro di cui vado particolarmente orgoglioso. L’Uomo d’Acciaio è un personaggio magnifico, il mio preferito in assoluto tra i supereroi, e i trenta volumi in cui è strutturata la collana mi hanno fornito la possibilità di effettuare un excursus storico di alto livello sul genere supereroistico nelle sue varie epoche di sviluppo.

Alla fine mi sono preso pure i miei rischi – la DC Comics è molto attenta a quanto si scrive sugli albi pubblicati negli altri Paesi – ma ne è venuta fuori un’opera di riferimento.

"Il Grande Ritorno di Superman e Batman” di A. Di Nocera

“Il Grande Ritorno di Superman e Batman” di A. Di Nocera

Per quanto riguarda “Batman: Il Cavaliere Oscuro” e “Superman/Batman”, invece, ciò che mi ha più divertito è che dopo “Batman: La leggenda” non pensavo che ci potessero essere così tanto cose da dire sui personaggi della DC Comics. Ma, al contrario, di argomenti da trattare riesco ancora a trovarne in abbondanza, riuscendo a redigere articoli sempre più interessanti e complessi. E spero che la sfida possa continuare in futuro.”

Stefano: “Quale pensi sia la naturale evoluzione del fumetto nell’era del digitale?”

ADN: “Il fumetto attraversa un evidente momento di crisi commerciale. Negli Stati Uniti è ormai chiaro che per le major del settore i personaggi dei fumetti non sono altro che proprietà che possono portare a sviluppi esterni al mondo dei comics: film, serie TV, videogiochi, merchandising, eccetera.

L’editoria digitale è indubbiamente il futuro. Io stesso, ormai, per vari motivi, leggo sempre più sul PC e tablet e sempre meno sul supporto cartaceo. Resta però il fattore pirateria che è poco arginabile.

Ritengo che in futuro un personaggio a fumetti vivrà fin dall’inizio più vite contemporaneamente in vari medium. E che gli autori di fumetti saranno nello stesso momento più cose: penso, per ciò che riguarda il nostro Paese, a Makkox, a Zerocalcare, a Mirka Andolfo, a Don Alemanno, a Giacomo Bevilacqua, tutte figure artistiche il cui successo viaggia lungo strade inedite, prevedendo diversi livelli di professionalità.”

Stefano: “Ti piace il personaggio di Batman e perché?”

ADN: “Eheheheh, sembra quasi una domanda a trabocchetto… Premetto che tra i supereroi, i miei due personaggi preferiti sono Superman e Capitan America: due idealisti, gli unici due che sono diverse volte riusciti a commuovermi fino alle lacrime.

Batman mi piace – e tanto – in base agli autori che ne scrivono le storie: Quello originario, feroce e pulp, di Bob Kane e Bill Finger; “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” e “Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora” di Frank Miller”, “The killing joke” di Alan Moore e Brian Bolland; “Maschere” di Bryan Talbot; cicli seriali come “Contagio” e “Terra di Nessuno”, eccetera.

Quello che, però, me ne ha fatto re-innamorare, fornendo una chiave di lettura eccezionale del personaggio, di ciò che realmente nasconde, è stato Grant Morrison. Per me la sua run sulla serie “Batman” sfociata in “R.I.P.”, e ancora “Il ritorno di Bruce Wayne”, “Batman e Robin” e “Batman Inc.” sono quanto di meglio sia stato prodotto in decenni di vita editoriale del personaggio.

Morrison ne ha carpito tutto il potenziale, l’ha evidenziato, l’ha esaltato, ne ha svelato tutte le sfaccettature ancor più di quanto abbiano fatto Miller, o Moore, od O’Neil, o Grant, o Brubaker, o Rucka, e così via.

Per me il vero Cavaliere Oscuro è quello di Morrison: quello che si crea le personalità di back-up per affrontare gli attacchi psicologici dei suoi nemici; quello che non esita ad affrontare Darkseid – una delle creature più potenti e feroci dell’universo – faccia a faccia; quello che si ritrova a viaggiare suo malgrado nel tempo lasciando indizi ai suoi compagni della Justice League per farsi ritrovare; quello che progetta un’azione supereroistica su scala mondiale trasformando “Batman” in un brand.

Penso che l’esaltazione che è riuscita a infondermi Morrison sia trapelata parecchio dai miei redazionali.”

Stefano: “Grazie per il prezioso tempo che ci hai dedicato Alessandro. Vuoi salutare gli amici di Batman Crime Solver?”

ADN: “Ciao a tutti. Se siete giunti a leggere fin qui, allora vi ringrazio per aver sopportato e magari apprezzato i miei sproloqui. In ogni caso, vi auguro di riuscire ad avere sempre la forza fisica e morale per risolvere gli infiniti problemi attraverso i quali gli Enigmisti di turno tenteranno di intralciare il cammino della vostra vita.”

Alessandro Di Nocera

Alessandro Di Nocera