Così Recchioni ha stravolto Dylan Dog: “Scrivere Batman? Assurdo, pare uno scherzo”

Durante Lucca Comics & Games 2019 l’autore romano Roberto Recchioni ha presentato gli ultimi due numeri che sovvertono completamente il mondo del personaggio, con tanto di matrimonio con Groucho, e una prestigiosa collaborazione con Batman.

Questa Lucca rappresenta senza dubbio uno dei momenti più importanti della tua carriera, abbiamo la collaborazione con la DC per il crossover con Batman, il culmine del tuo arco narrativo, benedetto da Sclavi, con Dylan, “Roma sarà distrutta in un giorno” con Il Muro del Canto, Chanbara e un sacco di altre cose che probabilmente ancora non ci puoi dire.

Come gestisci tutto questo e come gestisci il pensiero che tutto questo un giorno finirà?

«Tre anni fa, in quello che pensavo fosse già il picco, alla fine di un Napoli Comicon particolarmente intenso di cui ero il magister con tanto di mostra, gigantografie in giro, eventi eccetera decisi di fermarmi. Il mio nome era ovunque, lo avevo usato come una sorta di marchio per promuovere una serie di iniziative e c’erano cose mie in quasi tutti gli editori. Alla fine dell’ultima giornata mi son seduto su un prato e ho detto “Mi fermo, la mia rotta non è più chiara”. Per un po’ ho lavorato meno, anche se non si vedeva, perché i fumetti sono come delle navi, hanno una lunga inerzia e vanno avanti anche quando dai lo stop. Ho deciso di tornare a scrivere alcune cose molto concentrate. Da lì poi è nato “La fine della ragione” e poi tutto quello che è arrivato oggi che il frutto di parecchi anni di lavoro molto intenso concentrati in un momento specifico. E questo chiaramente un apice ancora più grande, c’è la conclusione di un lavoro lungo su Dylan che però rilancia qualcos’altro perché da qui parte una fase nuova di Dylan sia per il personaggio, sia per me nello specifico, e adesso le cose si faranno interessanti, di sicuro non mi fermo».

Però, come dicevamo, finirà.

“E arriviamo alla seconda parte la domanda, quella tosta… non so, io so per certo che non può durare, presto tardi invecchierò, i giovani si faranno sotto e mi dovranno “uccidere”. Il tema dell’uccidere il padre e lo stesso tema di Dylan. Ci sono vari modi per prenderla, ci sta di irrigidirsi, perché non hai visto da che parte arrivava il meteorite, da che parte arrivava il tuo omicida, e quindi prendere posizioni da ultraconservatore. Ci sono alcuni autori della generazione prima della mia che mi odiano perché non mi hanno visto arrivare».

Hai più volte detto che invecchiare e perdere presa sul presente è una tua grande paura no?

«Il terrore di essere diventato un vecchio trombone è forte, quindi continuo ad analizzarmi costantemente, ma so che presto o tardi, perderò il polso. Quindi visto che ho degli esempi negativi precisi davanti a me, delle persone che ho eletto come i miei “beta tester” negativi di quello che non voglio essere, tengo gli occhi aperti e quando vedo arrivare qualcuno, invece di irrigidirmi, lo chiamo. Quando ho visto arrivare per esempio Lorenzo Palloni che è probabilmente lo sceneggiatore che più velocemente si è imposto negli ultimi anni ed è chiaramente un proiettile destinato al successo, lo hanno premiato anche recentemente, invece di fare muro l’ho chiamato per lavorarci assieme».

Invece che combattere fatteli amici?

«Non solo, il mio ruolo non è solo quello dell’autore, io ho la responsabilità e la possibilità di capire che uno come Lorenzo arricchirà Dylan Dog. Quindi l’ho chiamato e presto vedremo i suoi lavori. È chiaro che un Lorenzo potrebbe uccidermi, come chiunque altro. E va bene, fa parte dell’ordine naturale delle cose, però intanto combatterò, perché questa è una spinta a cercare sempre di essere dei buoni autori e soprattutto degli autori vivi, non dei dinosauri che rimpiangono un passato che non è mai stato bello come viene raccontato. E poi anche cercare di ridare al mercato quello che il settore ha dato a me».

E cosa ti ha dato il settore? Di cosa sei grato?

«Beh io ho avuto la possibilità, anzi le possibilità. Io ho avuto la possibilità di arrivare dove volevo arrivare. Se torno indietro e vado dal me stesso sedicenne che lavorava in fumetteria gli vado a dire “Lo sai che nello stesso periodo tu scriverai Tex, Dylan Dog, Batman, John Constantine e Il Corvo” penso che rimarrebbe abbastanza sorpreso».

Ecco, arriviamo a Batman, quando ti si è allungato il sorriso quando l’accordo è stato siglato e quanto è difficile lavorare su Batman?

«È difficile lavorare con Batman perché in generale è complesso lavorare con le grandi property perché insieme all’ok ti arriva un contratto vincolante che comprende anche un codice di comportamento come autore, su ciò che puoi e non puoi fare. Non è poi così difficile in termini autoriali perché per me quando ti confronti con un personaggio così ti devi ricordare che in Italia quando scrivi Tex o Dylan scrivi per più lettori di Batman, ma resta una icona e davanti alle icone tu puoi rimanere schiacciato oppure puoi guardargli negli occhi. Secondo me il rispetto sta nel guardare questi mostri sacri con deferenza, ma anche convinti di ciò che si vuole fare, sennò non li stai rispettando se non pensi di poter dare il tuo meglio».

Una cosa che non mi pare sia stata evidenziata è che questo accordo fa parte di un disegno più grande tra Warner e Bonelli, non parliamo solo di qualche crossover.

«Sostanzialmente la Warner/DC ha avviato una serie di collaborazioni con i grandi editori in giro per il mondo per vedere come gli autori locali interpretano le loro icone. È un discorso di dare e avere: la DC incamera visioni nuove dei suoi personaggi e le rende popolari in quei Paesi e da noi fa comodo perché Batman non vende così tanto e grazie a Dylan può arrivare a un pubblico più ampio. Dall’altra parte porta Dylan, che in questo momento è una figura importante, a diffondersi in tutto il mondo, perché il fumetto arriverà in tutto il mondo e vista la serie in lavorazione è importante che sia così».

Ma Batman e Dylan cosa hanno in comune? Come si amalgamano?

«Batman e Dylan sembrano due personaggi lontanissimi, in realtà non lo sono per niente. Anche se è vero che uno è un vigilante che si veste da pipistrello e picchia la gente di notte e Dylan è uno che rifiuta la violenza, hanno punti in comune enormi. Nonostante un diverso codice morale il loro cuore è nello stesso posto: entrambi conoscono il diverso e capiscono che il diverso è qualcosa da proteggere. Batman lotta per creare un mondo in cui lui non serve, perché sa benissimo di essere un mostro, un freak, un diverso in un mondo popolato da altrettanti mostri e questo gli dà un forte senso di comprensione di tutto ciò che non è allineato. Batman non uccide il Joker in The Killing Joke perché capisce perfettamente la “cattiva giornata” che ha reso Joker quel che è. Il Batman di Frank Miller quando si confronta con Harvey Dent nel primo capitolo de Il Cavaliere Oscuro spera per tutta la storia che non sia Dent il criminale che è tornato a colpire, spera che abbia trovato una via di fuga. Batman non uccide mai i mostri con cui si confronta perché sa di esserlo anche lui, è la sua versione de “i mostri siamo noi”. Dylan si basa sullo stesso meccanismo, non ricorre mai alla violenza, se non costretto, c’è una accettazione del lato oscuro della personalità che è molto forte. Poi ci sono gli elementi in comune: uno ha un commissario alleato e l’altro un ispettore, uno ha il maggiordomo fedele e l’altro un assistente, entrambi hanno una macchina peculiare, sono entrambi detective. Funzionano per antitesi, sembra un vecchio sketch di Cochi e Renato in cui uno diceva cose tipo “Mio padre ha la macchina di lusso” e l’altro rispondeva solo “Il mio no”».

Ma di Batman ce ne sono tanti, come è il tuo?

«Il mio è un Batman molto classico, la sfida è stata allontanarmi dai miei Batman più amati. Evitare la voce narrante di Frank Miller è stato uno sforzo durissimo. Credo sia un Batman molto ironico, tutte le 200 pagine di storia sono giocate come se fosse una raffinata commedia all’americana. Gli elementi ironici sono fortissimi perché di fronte a Batman c’è uno scettico».

Quale è stata la difficoltà più grande nell’amalgamare questi due universi narrativi?

«Il problema grosso di questi due universi è che il livello di realismo è molto differente. Nell’universo DC una persona Gotham City o a Metropolis alza lo sguardo, vede qualcuno volare e fa spallucce, è solo martedì. È tutto normale per quelle persone vedere qualcosa di straordinario. Killer Croc nel mondo DC è una minaccia, ma non stupisce nessuno, in quello di Dylan Dog è un mostro che manderebbe tutti nel panico e si dubiterebbe della sua stessa esistenza. Quindi il problema vero era riuscire a far conciliare questi due universi che hanno un così diverso livello di realismo. Per farlo mi hanno permesso di operare una piccola retcon nelle regioni del Joker e inserire un tassello della storia del Joker nella storia di Dylan. Questo significa che adesso c’è un frammento di Joker che tocca la storia di Dylan, nello specifico è il modo in cui il Joker conosce Xabaras nel passato. È un incontro significativo, che poi si ripeterà anni dopo e porterà Dylan e Batman a conoscersi».

Voglio arrivare al momento in cui ti sei seduto di fronte a una pagina bianca di Word e hai scritto “Batman”

«Fa strano, fa molto strano. Ho scritto Diabolik, ho scritto Tex, ho scritto tante cose, ma digitare le parole “Batman dice…” è una cosa particolare. Più che altro perché c’è quella cosa chiamata “La sindrome dell’impostore” no? Quella secondo cui abbiamo una vocina dentro che ci ripete continuamente che non ci meritiamo quello che stiamo facendo. Ecco, io non ce l’ho, è una cosa che non mi ha mai toccato. Ritengo di meritare di stare dove sto, però scrivere Batman è… buffo, ti sembra un grande scherzo. Si torna sempre a quel ragazzino sedicenne che disegnava Batman e oggi si guarda e fa “sì come no, stai disegnando Batman? E io sto disegnando Zorro!” e non è detto che un giorno non faccia Zorro!».

Torniamo su Dylan, torniamo un attimo indietro. Secondo te cosa ha visto Sclavi quando ti ha dato le chiavi del suo mondo?

«Fondamentalmente ha visto una storia. Lavoravo su Dylan Dog da un po’, Mater Morbi è stata la mia terza storia e Tiziano mi ha voluto conoscere quando ha letto Mater Morbi. Là lui ha visto evidentemente qualcosa e di sicuro la storia gli è piaciuta molto, visto che la giudica è una delle più belle in assoluto di Dylan. Quando ci siamo incontrati ci siamo trovati, abbiamo trovato un vissuto comune. Io e lui abbiamo esperienza di vita molto diverse ma dei problemi che hanno generato le stesse sofferenze».

Forse ha visto anche la persona giusta per “uccidere il padre”?

«Una cosa è certa: io con Tiziano ci discuto. Non gli dico sì, gli dico “parliamone”. E quando sei l’autore del secondo, e a volte primo, fumetto venduto in Italia e uno dei più venduti al mondo non sono tante le persone che vengono a contestare il tuo punto di vista. Quindi credo che abbia visto qualcuno con cui confrontarsi invece di chi gli diceva sempre di sì».

Non ha trovato anche una persona in grado di sostenere il livello di polemica generato dai cambiamenti?

«Non credo, Tiziano non ha idea di come funzionano oggi queste cose, non segue i social, non segue il mondo di oggi e non conosce la mole di commenti che mi arrivano addosso ogni giorno. Abbiamo parlato molto di eredità e penso che abbia capito che il rispetto di qualcosa non voglia dire lasciarla in una teca, ma tenerla viva, anche a costo di stravolgerla».

Uno stravolgimento che molti vedono in questo Dylan “politicamente corretto”, che però è il Dylan di sempre.

«Quelle polemiche sono veramente stupide. L’immagine iconografica di Dylan lo vede alla testa di una folla di mostri, trasfigurando la simbologia de Il Quarto Stato. Lui non si è spostato di un millimetro è dalla parte del diverso, dell’oppresso e del debole e quindi non c’è niente di strano se sposa un uomo. Semplicemente alcuni lettori si sono scordati che cos’è perché sono invecchiati, mentre lui no. Dylan deve stare da quella parte, non per una questione politica, ma civile, di ragionevolezza. In quale universo possiamo sostenere la teoria secondo cui persone uguali debbano avere diritti diversi? Per me è una questione di pura razionalità, non c’è nessuna logica, non possono esistere esseri umani di serie A e serie B e appena metti in discussione una cosa del genere per me sei un cretino».

Pensi che questa cosa avrà un impatto?

«Beh l’ha già avuta nei soliti Libero, Primato Nazionale, Casa Pound, ma è arrivato anche tanto amore. A Lucca Comics si è avvertita una reazione molto forte. Sia per quello che riguarda Dylan, sia il suo simbolo. Alla fine stiamo pur sempre parlando del primo protagonista, del primo personaggio titolare di un fumetto che appare in copertina sposato con un altro uomo».

Ma l’albo è tante altre cose, sfogliando le pagine sembra quasi un trattato su Dylan Dog.

«È un albo con tanti scopi: chiude una serie di sottotrame, esplicita il ruolo di John Ghost, che poi è il mio ruolo, io parlo per bocca di Ghost e sono stato quello che ha portato il personaggio là doveva trovarsi. C’è tantissimo metatesto e sai una cosa? Mi rendo conto che non a tutti piace. Molte persone non vogliono che sia ricordato che stanno leggendo fumetto e lo prendono male. Vogliono fuggire, non amano neppure troppi richiami al reale, agganci politici contemporanei. Vogliono una narrazione escapista che fugge dalla realtà. A me quella narrazione quando viene presa troppo sul serio fa schifo. La trovo pericolosa, reazionaria, portatrice di una idea sbagliata. Le grandi opere rimandano al reale sempre, tutto è politico. Game of Thrones non è una storia di draghi è una storia di politica che parla di potere oggi. Persino Guerre Stellari parla del nostro presente, anche il modo in cui è cambiato ci dice qualcosa. Il problema è che viviamo in una società che è completamente schiava da una parte di una eccessiva infantilizzazione e dall’altra di un eccesso di controllo dei messaggi».

In effetti siamo tra due poli: il totale disimpegno e la paura di offendere sempre qualcuno.

«Viviamo in un mondo dominato dalla narrazione, la politica è diventata più interessante perché ogni giorno c’è un colpo di scena artefatto che serve a mantenere vivo il racconto e l’interesse. Siamo talmente annoiati e spaventati che ci rifugiamo nelle storie e stilizziamo il reale. Il reale non può essere stilizzato perché è complicato, noioso e spaventoso. Io amo la narrazione ma non può sostituire la realtà».

Fonte:[La Stampa]

A partire da giovedì 19 dicembre 2019 è in distribuzione in tutte le edicole Dylan Dog/Batman, un albo di 94 pagine a colori (al prezzo di 4,90 euro) contenente quattro storie complete, tra cui proprio quella già inserita nel numero zero.

Dietro la splendida copertina di Emiliano Mammucari potete trovare infatti Relazioni pericolose di Roberto RecchioniWerther Dell’Edera e Gigi Cavenago, insieme a “La nuova alba dei morti viventi”, il remake del mitico numero uno di Dylan realizzato da Mammucari su testi di Recchioni e pubblicato per la prima volta nel Color Fest n. 18. La parte supereroica dell’albo è rappresentata invece dalla prima apparizione del Joker così com’è stata raccontata da Bill Finger e Bob Kane nel 1940, e dalla classicissima “La vendetta in cinque punti di Joker!” di Dennis O’Neil e Neal Adams, pubblicata originariamente nel 1973.

Se non siete stati a Lucca Comics, Dylan Dog/Batman è un ottimo punto di partenza per iniziare il processo di avvicinamento al crossover dell’anno prossimo. E anche se a Lucca ci siete stati o se avete comprato l’albo nel nostro Shop online, se amate l’Indagatore dell’Incubo o il Cavaliere oscuro, o il buon vecchio Joker, non potete lasciarvi scappare questo albo!

Fonte [Sito ufficiale Bonelli]

 

Dylan Dog e Batman (con Joker) insieme in un fumetto

Storica partnership tra Bonelli, Dc Comics e Rw Edizioni: nasce una miniserie con eroi e anti-eroi dei due universi. Il numero zero a Lucca Comics.

Se il Joker cinematografico vi ha folgorato e non vedete l’ora di rituffarvi nelle atmosfere di Gotham City, ma al tempo stesso siete appassionati di fumetto «scuola italiana» questa notizia è destinata a sconvolgere ogni vostra certezza: l’universo di Batman incontra quello di Dylan Dog. Una coproduzione italo-statunitense che abbraccia Sergio Bonelli Editore e Dc Comics con Rw Edizioni porta a una particolarissima miniserie crossover che avrà per protagonisti Batman, Joker, Dylan Dog e Xabaras.

Il numero zero a Lucca Comics
Il numero zero del crossover, intitolato Relazioni Pericolose, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Gigi Cavenago e Werther Dell’Edera, sarà incentrato sui personaggi di Dylan Dog e Batman, con le nemesi Xabaras e lo stesso Joker, e verrà proposto in esclusiva allo stand Sergio Bonelli Editore in occasione di Lucca Comics and Games 2019. Ancora «top secret» i dettagli della storia e degli altri personaggi dell’universo di Batman e Dylan Dog che appariranno nel progetto della miniserie di tre albi, la cui pubblicazione è prevista nel 2020.

Joker – La copertina «Villain» della mini-serie Bonelli-Dc

Due copertine diverse
«Tutti alla Sergio Bonelli Editore siamo emozionati di far parte di un evento di tale portata», sottolinea il direttore editoriale Michele Masiero. «Le nostre menti creative si sono messe in moto nel momento stesso in cui abbiamo incontrato per la prima volta gli amici della Dc». Pasquale Saviano, amministratore delegato di Rw Edizioni, editore italiano degli albi e delle graphic novel Dc, si dice «ogoglioso di collaborare a questo storico progetto e di farne parte. Non vediamo l’ora di poter lavorare con Sbe e Dc per offrire ai lettori italiani una storia esaltante, che mai si sarebbero aspettati». Masiero aggiunge: «Attendiamo con trepidazione il momento in cui tutti leggeranno questo speciale, che sarà disponibile a Lucca con due diverse copertine, una Heroes a l’altra Villains».

Dylan Dog – La copertina «Heroes»

Uccidete il pipistrello – Intervista con Sergio Badino

Articolo e intervista a cura di David Frati di http://www.mangialibri.com/
Uccidete il pipistrello è il primo romanzo per Sergio Badino, sceneggiatore Disney e Bonelli di lungo corso e fondatore di StudioStorie, prestigiosa scuola di storytelling e scrittura in quel di Genova. Uccidete il Pipistrello! (vediamo se indovinate quale villain pronuncia questa frase e in che film) ha avuto una storia editoriale complessa, per non dire tormentata: scritto nell’inverno tra 2011 e 2012, ha anticipato con una sinistra coincidenza la strage alla prima di Il cavaliere Oscuro – Il ritorno di Aurora, in Colorado ma ne è divenuto paradossalmente la tredicesima vittima, perché in nome del buon gusto e dell’opportunità una lunga serie di editori ha ritenuto all’epoca che fosse meglio soprassedere alla sua pubblicazione. Ora che il ricordo di quel tragico fatto di cronaca è sbiadito dal tempo, il romanzo arriva in libreria: dietro alla copertina molto “dura” e d’impatto c’è una storia certo inquietante ma non priva di leggerezza, con una scansione dei ritmi molto compassata, personaggi poco maledetti (tranne forse uno) e nessun compiacimento verso la violenza (pagine iniziali a parte). Una favola nera ma non troppo, una sorta di “thriller per famiglie” che sarebbe perfetto per una riduzione televisiva. E a proposito di famiglie, il vero cuore pulsante del romanzo è il rapporto padre-figlio con i suoi non detto e le sue amare dolcezze. Quello, e una struggente nostalgia per l’infanzia (intesa come periodo della vita ma anche come stato mentale slegato dall’età). “Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice”, scriveva Tom Robbins. Come dargli torto.
Prima dell’intervista ecco la sinossi del libro:
Dicembre 2011. Roberto Canis è un pensionato delle Poste, un uomo da sempre chiuso e timido. Il suo carattere non lo ha mai aiutato, anzi probabilmente ha contribuito ad allontanare la moglie, rampante psichiatra, fino al quasi inevitabile divorzio. A occupare le sue giornate solitarie e sempre un po’ malinconiche soprattutto la sua smodata passione per Batman, che coltiva da decenni tra le occhiate anno dopo anno più perplesse dei suoi amici e familiari. In questi giorni si sta divorando tutte le indiscrezioni dal set del nuovo film di Christopher Nolan, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (che brutta traduzione italiana per l’originale The Dark Knight Rises!) che appaiono sui siti specializzati: i villain stavolta saranno il violento Bane, Hugo Strange e una Catwoman a quanto pare molto lontana dall’originale. Roberto trascorre ore a chattare con Davide Allegrotti (nickname Ducard), gestore di http://www.mondobatman.it e profondo conoscitore della materia, incurante degli uggiolii del cane Bruce, che vorrebbe fare qualche passeggiata in più. In questa piovosa giornata di quasi Natale, una ulteriore distrazione arriva da un pranzo con il figlio Alfredo: davanti a un piatto di minestrone fumante si chiacchiera di questo e di quello, per esempio dell’idea un po’ balzana di un gruppo di sindaci del ponente ligure di organizzare un summit “per adottare misure comuni contro le infiltrazioni mafiose” da tenersi in una enorme cisterna di metallo vuota. Roberto in realtà ha anche una strana teoria, e sa che solo Alfredo può dargli un minimo di credito: due recenti fatti di cronaca nera (il ritrovamento del corpo di un ingegnere giapponese in pensione in una grotta a Oristano e due fratelli gemelli impiccati giù da un cavalcavia e illuminati da un grosso riflettore a Isernia) gli sembrano legati da una bizzarra somiglianza con due episodi rispettivamente del primo e del secondo serial di Batman, datati 1943 e 1949…
Intervista di David Frati allo scrittore Sergio Badino
Perché proprio Batman? E perché come spunto al tuo giallo Uccidete il Pipistrello! hai deciso di privilegiare il canone “batmaniano” cinematografico rispetto a quello fumettistico?
Batman è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti. Conoscevo la serie con Adam West e avevo visto entrambi i film di Burton al cinema (all’epoca dell’uscita del primo avevo dieci anni), ma la vera folgorazione me la diede la serie animata degli anni Novanta. Da lì, poi, mi buttai anche sui fumetti del Cavaliere Oscuro. Quindi, in un certo senso, è logico che il romanzo omaggi principalmente l’universo cinematografico del personaggio (anche se in realtà non mancano i riferimenti al fumetto), data la natura del mio imprinting batmaniano. L’idea originaria, inoltre, era quella di far uscire il libro nel 2012, in concomitanza con il terzo film della trilogia di Nolan.
La realtà supera la fantasia: sei stato in qualche modo ispirato dalla strage alla prima del film Il cavaliere oscuro – Il ritorno al cinema di Aurora, in Colorado nel 2012?
Esattamente il contrario! Il romanzo era finito già nell’aprile 2012 e, al momento della strage di Denver, si trovava in lettura presso diversi editori, molti dei quali ritennero la triste concomitanza degli eventi reali e di finzione un buon motivo per non pubblicare il libro: sarebbe potuto sembrare di cattivo gusto, quasi una cosa scritta per cavalcare l’onda di una disgrazia. Invece era accaduto l’opposto: avevo scritto qualcosa di molto simile a un tragico evento verificatosi in seguito.
È corretto dire che nel tuo romanzo c’è anche sotteso il tema del rapporto padre-figlio? E se sì, qual è il rapporto tra Roberto e Alfredo?
Sì, è corretto. In realtà il rapporto padre-figlio è il tema principale del romanzo. Non era una cosa preordinata, è venuto fuori da solo. La cosa è partita come un libro che dovesse omaggiare Batman; è finita con un libro che parla del rapporto tra un padre e un figlio e che omaggia anche Batman. È un tema, tra l’altro, molto presente nella mitologia batmaniana: pensa al rapporto Alfred/Bruce, quello Batman/Robin, quello tra Bruce e suo padre, prima e dopo la morte. Roberto, il protagonista del romanzo, e suo figlio Alfredo, all’inizio non sono molto uniti: troppe incomprensioni, troppi anni di silenzio. Poi, però, la vicenda in cui si ritrovano coinvolti finisce per aiutarli a chiarirsi l’uno con l’altro: Roberto torna a essere il mentore di suo figlio, ma anche Alfredo, per molti aspetti, assume lo stesso ruolo nei confronti del padre. Quando lo incontriamo per la prima volta Roberto è infatti un uomo solo, che trascina la propria vita, senza progetti, con tonnellate di materiale umano irrisolto abbandonato alle spalle.
Non ti chiedo se ti piacerebbe scrivere una sceneggiatura per Batman perché lo do per scontato: ma se ti affidassero questo compito, quale villain opporresti al Cavaliere Oscuro?
Bella domanda… non so, forse qualche antagonista meno noto, tipo il Cappellaio Matto, o Clayface, ma anche Mister Freeze. Tra i big però il mio preferito è Due Facce, che al cinema non ha ancora trovato un’incarnazione che gli renda giustizia.
 
Qual è lo stato di salute del fumetto italiano visto dal di dentro?
Non mi sembra molto diverso da come è sempre stato. Voglio dire, non mi pare che questo periodo, in cui la crisi economica continua a trascinarsi, sia, per il fumetto, particolarmente diverso da altri momenti passati. Ci sono gli alti e i bassi, come ci sono sempre stati. Sono in atto molti cambiamenti, questo sì. Stanno cambiando alcune cose in Bonelli, ma anche ne sono cambiate sul fronte Topolino, e non solo per il passaggio di editore. Cambiamenti positivi, aggiornamenti. Perché il fumetto popolare deve stare al passo con i tempi. E poi ci sono i boom di certi autori come Zerocalcare, che mi sembra paragonabile a quello di Ortolani di qualche anno fa. Insomma, quando c’è cambiamento, quando si tenta, quando si avverte fervore, questo, per me, è sempre positivo. Vuol dire che c’è vita.
 
Quali consigli dai a chi volesse avvicinarsi al mestiere di sceneggiatore di fumetti?
Leggete e scrivete tanto. Nel frattempo andate a scuola, all’università, studiate. Leggete e scrivete non solo fumetti, ma anche narrativa, testi cinematografici e teatrali. Per allenarvi, ma anche per capire che è utile saper scrivere generi diversi per pubblici differenti e per i mezzi di comunicazione più disparati. Formatevi un vostro bagaglio di letture, maturate un gusto e cominciate a inviare con umiltà proposte mirate. Ascoltate sempre i complimenti, ma soprattutto le critiche, in particolar modo quelle sincere e costruttive, perché fanno crescere.

Omaggio di Marco Foderà a Batman

Marco Foderà a Narnia Fumetto

Marco Foderà è nato a Latina l’11 novembre 1973. Dopo il liceo artistico, frequenta la Scuola Romana del Fumetto, dove fa la conoscenza di Giuseppe Barbati. Inizia così una collaborazione, durata qualche anno, che porta Foderà a realizzare le matite di alcuni albi di Magico Vento, con Giuseppe Barbati (inchiostrati entrambi da Bruno Ramella). Debutta ufficialmente in casa Bonelli con Nick Raider n. 166, “Una lama nel cervello”( matite e chine) , su testi di Faraci. Successivamente entra a far parte dello staff di disegnatori di Julia (di cui realizza 6 albi con le chine di Thomas Campi), per poi approdare, nel 2012, alla nuova serie bonelliana: Saguaro.
Questo il suo omaggio a Batman.

Fase uno, la matita : inizio con gli ingombri delle figure (spesso uso me stesso per le pose)

La prima stesura a matita

Fase due, la linea col pennarello: Una volta fatti i “bordi” delle figure…pulisco con la gomma pane la matita sotto…e viene fuori un disegno in “linea chiara”, senza neri…che aggiungo nella fase 3, col pennello

Batman fase 2

Fase 3 : neri e campiture…riempio col nero, a pennello

Batman fase 3

Fase 4: China reale e colorazione con PS su Cintiq

China reale e colorazione con PS su Cintiq

Stefano: Perche’ ti piace Batman?

Mi piace Batman perchè è divertente da disegnare….credo sia l’ eroe piu’ riprodotto da tutti sia da colleghi di ogni dove e ogni credo anche da semplici amatori del disegno.

Stefano: E il suo personaggio ti piace?

Beh, si….è quasi uno ” psicopatico”…non molto diverso dalla sua nemesi , Il Joker è l’ antitesi d iSuperman in fondo Kent è buono, solare… Waine è tenebroso e crepuscolare anche come stato d’ animo wayne disegnarlo diverte anche per questo
lo puoi fare ” cattivo” usando tante ombre che donano atmosfera.

Batman Crime Solver ringrazia e augura in bocca al lupo per i suoi prossimi lavori, Marco Foderà.