Grant Morrison. La vita e le opere. Intervista con lo scrittore Luigi Siviero

Solo ad agosto dello scorso anno abbiamo avuto il piacere di accogliere tra le nostre pagine, una intervista e una recensione dedicata all’interessante libro di Luigi Siviero “Dopo il crepuscolo dei supereroi”. Nella giornata di ieri Benedetta “Benny” Berio (questo il suo blog) ha recensito la sua nuova creatura dal titolo: “Grant Morrison. La vita e le opere” ed oggi approfondiamo con l’autore alcuni aspetti dello scrittore di Glasgow legati alla DC Comics ed in particolare a Batman, ma non prima di ricordarvi la nostra recensione sull’ultima fatica di Luigi Siviero che potete trovare qui.

Stefano: Il tuo libro si intitola “Grant Morrison. La vita e le opere”. Quando è stato pubblicato e quale è l’editore che lo pubblica e dove è disponibile?

Il libro è fresco di stampa e al momento è in vendita nel sito dell’editore, Eretica Edizioni (qui potete trovare il libro). Un po’ alla volta arriverà nelle librerie su internet e magari sarà ordinabile nelle librerie classiche. Temo che non sarà reperibile nelle fumetterie perché l’editore non opera abitualmente nel settore dei fumetti.

Grant Morrison - La Vita e le opere - Siviero Luigi

Stefano: Non tutte le nuove generazioni di lettori conoscono Grant Morrison. Cosa potresti dire loro per far conoscere meglio l’autore?

Fate male a non conoscere Grant Morrison! Negli anni Ottanta è stato uno dei principali esponenti dell’Invasione britannica, ovvero l’approdo sui comic book americani da parte di sceneggiatori e disegnatori britannici in seguito al successo ottenuto da Alan Moore con Swamp Thing. A differenza di Alan Moore e Neil Gaiman, gli altri due esponenti di spicco di questa “ondata” creativa, per tutta la sua carriera Morrison ha lavorato con continuità per la DC Comics, a eccezione di una breve parentesi alla Marvel all’inizio degli anni Zero e di un diradamento della sua produzione di fumetti negli anni recenti, dovuto tra le altre cose al suo impiego come sceneggiatore di serie televisive (Happy!, tratta da un suo fumetto, e Brave New World). Ha scritto versioni memorabili di personaggi come Batman, Superman, gli X-Men e la Justice League, oltre a svariate opere di propria creazione, la più famosa delle quali è The Invisibles.

Stefano: Morrison è un appassionato cultore di tutte le storie appartenenti alle varie ages, e non ha mai particolarmente apprezzato l’idea che le periodiche Crisis annullino del tutto o in parte i fatti antecedenti e facciano ripartire la continuity da zero. Come valuti, da scrittore questa sua presa di posizione?

È vero che Morrison ha un occhio di riguardo per i fumetti di supereroi del passato, ma è altrettanto vero che di solito le sue storie, pur contenendo un’infinità di riferimenti, citazioni e omaggi a racconti del tempo che fu, sono leggibili e comprensibili (almeno a un livello superficiale) anche da chi non ha mai seguito una serie di supereroi in vita sua. Per esempio si riesce a leggere senza problemi Animal Man anche senza sapere che l’episodio intitolato The Myth of the Creation è in parte un rifacimento (in alcuni passaggi anche vignetta per vignetta) di due episodi dell’Animal Man degli anni Sessanta di Dave Wood e Carmine Infantino. Scoprendo quanto siano volutamente derivative alcune parti di The Myth of the Creation si riesce però a comprendere fino a che punto è radicata e pregnante la metanarrazione alla base del fumetto sceneggiato dal fumettista scozzese.

Morrison non ha gradito l’azzeramento del Multiverso avvenuto in Crisis on Infinite Earths, e nei suoi fumetti ha cercato a più riprese di restaurarlo: con l’abortita Hypercrisis, in una storia immaginaria della JLA, in JLA Earth 2, con la creazione del Superman nero di una Terra parallela, in Final Crisis e infine in Multiversity. Credo che per lui l’eliminazione del Multiverso sia stata vista come una perdita di fascino e potenzialità da parte dei fumetti di supereroi, la cui comprensibilità non dipende certo da come è impostato l’universo narrativo, ma piuttosto dalla capacità dei singoli fumettisti di coinvolgere i lettori e imbastire storie. Uno scrittore come lui, capace al contempo di rendere comprensibili le sue storie ai lettori casuali e di infarcirle di citazioni, non ha bisogno di annullare le storie del passato per essere in grado di proporre fumetti accessibili a tutti.

Anch’io, in riferimento ai supereroi della DC Comics, trovo di gran lunga più affascinante un universo narrativo impostato come multiverso rispetto a un universo narrativo semplificato e lineare, tanto più che nel corso dei decenni si sono accumulate decine di varianti dei personaggi e di mondi paralleli da cui sarebbe un peccato non attingere per partito preso. Opporsi al multiverso dell’Universo DC è un po’ come bloccare il corso di un torrente con una diga di fango. Per un po’ si può provare a fare a meno del multiverso, ma è un’idea che è stata sviluppata in modo troppo articolato per fare finta che non esista, ed è così potente che alla lunga non può non finire con l’imporsi.

Stefano: In Arkham Asylum  Grant Morrison e Dave McKean propongono l’atmosfera folle e oscura del manicomio criminale di Gotham dove le paure e i dubbi di Batman si infrangono contro le pazze sicurezze del Joker in un confronto senza speranza. In questa opera il pessimismo è imperante… cosa ne pensi?

Il pessimismo è imperante per quasi tutta l’opera, però Arkham Asylum va vista come una storia dalla quale Batman, dopo avere affrontato le sue paure, i suoi demoni e i suoi nemici, esce a testa alta, rinato. Per quanto i supercriminali che deve affrontare siano malvagi, depravati e insani, il Cavaliere Oscuro riesce ad avere la meglio. Batman vince la sua battaglia tanto sul piano degli scontri nudi e crudi con i suoi nemici quanto su quello del simbolismo. L’Arkham Asylum simboleggia infatti la testa del Cavaliere Oscuro, e il viaggio nei corridoi del manicomio va visto come un’allegoria dell’esplorazione della sua mente. Che Batman abbia avuto la meglio sui suoi tormenti è sottolineato della citazione di Alice nel Paese delle meraviglie collocata al termine dell’opera: “E non è la mano gentile della mamma quella che tira le tende, e la voce gentile della mamma quella che ti invita ad alzarti? Alzarti e dimenticare, alla luce luminosa del sole, i brutti sogni che ti hanno spaventata così tanto quando era buio”.

Stefano: Un sondaggio del 2006, lanciato da Comic Book Resource, sui migliori scrittori di fumetti assegna il primo posto ad Alan Moore, e fin qua il risultato è ovvio, ma il secondo posto viene preso da Grant Morrison (Arkham Asylum, JLA vol.1) che a sorpresa ruba la posizione al più quotato Neil Gaiman (Sandman). Come te lo spieghi?

Beh, va detto che Neil Gaiman ha diradato la sua produzione fumettistica dopo la conclusione di The Sandman, mentre nel 2006 Grant Morrison era sulla cresta dell’onda nell’industria dei comic book. Il ricordo di New X-Men era ancora vivido nei lettori, e stavano iniziando Batman e All-Star Superman. Essendo CBR un sito orientato verso i comic book – e ormai da decenni i comic book sono quasi sinonimo di supereroi – è normale che le simpatie dei lettori vadano a chi ha scritto tante ottime versioni di un ampio numero di questi personaggi. Poi (tralasciando il fatto che preferisco Morrison!) classifiche come queste vanno viste anche e soprattutto come iniziative simpatiche!

Stefano: Nel settembre 2006, Morrison viene chiamato alla direzione della testata Batman. Lo scrittore scozzese progetta un lungo story arc la cui chiave di volta è segnato dalla doppia uscita di Batman R.I.P. (che non a caso chiuderà questo progetto) e Crisi Finale. Come valuti questo suo progetto per il personaggio di Batman?

Per me è il capolavoro di Morrison! Ho amato tutta la sua saga di Batman: anche Batman & Robin, The Return of Bruce Wayne e Batman Incorporated. Devo dire però che il ciclo che va da Batman and Son a Batman R.I.P. (e a Final Crisis) è il massimo: inarrivabile.

Stefano: In Batman V Superman, il film, secondo il parere di Alessandro Di Nocera, sembra che le azioni di Luthor si rifanno a quelle della Silver Age e al contempo, si dipanano come se le avesse sceneggiate il Grant Morrison della saga Crisi Finale. Hai anche tu questa impressione?

In generale il film si rifà all’impostazione realista di opere degli anni Ottanta come Watchmen, Miracleman e soprattutto The Dark Knight Returns. Non a caso Frank Miller (assieme a Dan Jurgens, autore principale della saga della morte di Superman) ha un posto di riguardo nei ringraziamenti finali agli autori di fumetti. Sono presi dal fumetto di Miller, per esempio, Superman che viene colpito da una bomba nucleare e galleggia quasi morto ai limiti dell’atmosfera, lo scontro tra Batman e Superman, e il design del costume di Batman.

Al di là di particolari omaggi, l’influenza di The Dark Knight Returns e di quel tipo opere è rilevante per quanto riguarda la natura dei supereroi e il loro rapporto con il mondo in cui vivono. I supereroi – per quasi tutto il film, fino al cambiamento finale di prospettiva – sono tratteggiati come dei vigilanti o come delle armi viventi che potrebbero distruggere l’umanità. Ciò che fanno ha conseguenze sulla gente comune, che può venire uccisa o mutilata durante i loro combattimenti, e sulla politica, visto che le azioni dei superuomini diventano oggetto di inchieste parlamentari e vengono criticate dai mass media.

Anche Lex Luthor è collocato in questo scenario. La sua ossessione per Superman e i piani malvagi e contorti per fermarlo, che nella Silver Age non avrebbero avuto bisogno di spiegazioni semplicemente perché bastava dire che Luthor era il cattivo e il nemico di Superman, sono motivati dalla follia. Inoltre c’è una recrudescenza dei suoi piani, che nel film diventano sanguinari e mortali. Si può dire che il personaggio e le sue caratteristiche derivano dalle storie naif della Silver Age e sono stati fatti evolvere in modalità tipiche della Dark Age.

Quanto a Morrison, anche lui ha scritto fumetti riconducibili al filone del realismo supereroistico, sebbene antitetici rispetto a quelli di Moore e Miller. Morrison, infatti, in alcune sue opere ha usato il realismo per ricostruire la figura del supereroe solare tipica della Silver Age, e non per raccontare storie di vigilanti e armi viventi. Dunque non c’è niente di male a ipotizzare che Morrison (sicuramente conosciuto dagli sceneggiatori del film) possa essere stato un punto di riferimento per quanto riguarda la riproposizione di situazioni della Silver Age in chiave realista. Però un aspetto che mi porta a dare scarsa o nulla rilevanza all’influenza di Morrison sulla realizzazione del film è il fatto che i riferimenti a The Dark Knight Returns sono tanti e importanti, mentre non mi risulta che ci sia alcun omaggio o richiamo ai fumetti dello sceneggiatore scozzese (e infatti Morrison non è nominato nei ringraziamenti finali ai fumettisti).

Batman v Superman

A proposito di Batman V Superman vorrei dire anche che mi ha tutt’altro che entusiasmato per vari motivi. Uno di questi è un particolare comportamento di Lex Luthor: lo scienziato pazzo chiede senza alcun valido motivo a Superman di scontrarsi con Batman (a meno che non si voglia considerare un valido motivo la spiegazione raffazzonata data da Luthor in un secondo momento, cioè provare a fare uccidere Superman da un umano prima che ci pensi Doomsday). Questa richiesta priva di giustificazioni mi sembra una forzatura infilata nella sceneggiatura solo per fare in modo che i due supereroi si scontrino. Luthor agisce così semplicemente perché fa comodo agli scrittori, perché è un modo di portare il film in una certa direzione. In questa particolare scena non vedo una situazione della Silver Age adattata alle modalità della Dark Age, ma solo una stonatura.

Stefano: Cosa apprezzi di Morrison e cosa no?

C’è una cosa che non condivido, più che non apprezzarla. Mi riferisco all’ossessione di Grant Morrison per la celebrità e il successo. Chiunque scriva o faccia fumetti vuole avere successo, è inutile negarlo. Cosa intendano i singoli individui per “successo” è un altro discorso: un accademico probabilmente vuole che i suoi scritti siano influenti fra gli studiosi e aprano nuove strade; uno scrittore di thriller vuole vendere dieci milioni di copie di un’edizione usa e getta; un altro vuole vincere il Nobel; e così via… La speranza di avere successo è trasversale. In Morrison mi sembra un po’ esagerata. Ma come ho detto è solo una cosa che personalmente non condivido e nulla più. Se è fatto così sono affari suoi e sarebbe assurdo e stupido criticarlo.

Va però aggiunto che questa ossessione di Morrison ha anche un lato di assoluto interesse. Il desiderio di successo è stato trasformato dall’autore (prendendo un notevole spunto da Paradax! di Peter Milligan e Brendan McCarthy, va precisato) in un tema ricorrente in molti suoi fumetti, nei quali i supereroi approfittano della visibilità presso il grande pubblico ottenuta grazie ai superpoteri per diventare delle stelle del pop e del gossip. Oltre a Zenith, supereroe e cantante pop che deriva tantissimo da Paradax, si possono citare anche, tra le altre cose, i goffi tentativi di Animal Man di monetizzare la sua attività di supereroe concedendo interviste televisive, il supergruppo giapponese Super Young Team (composto da supereroi il cui superpotere è la notorietà), e l’intero mondo parallelo descritto nel capitolo di The Multiversity intitolato The Just, dove tutti i supereroi sono stelle del gossip e trascorrono le giornate come farebbe Paris Hilton.

Una cosa che mi piace di Morrison è il suo sentire lo spirito dei tempi e riuscire a proporre fumetti in grado di catturare la contemporaneità. Mi piace anche che le sue opere facciano riflettere: non tanto dal punto di vista morale quanto da quello filosofico e culturale.

Stefano: Se i lettori del libro vorranno confrontarsi con te, come ti possono trovare?

Ultimamente nella pagina Facebook La Dimora del Mistero. Ho un po’ perso la voglia di aggiornare il mio vecchio blog.

Stefano: Siviero, grazie del tempo che ci hai dedicato e in bocca al lupo per questo tuo nuovo libro.

Crepi il lupo! Grazie a te!

Dopo il Crepuscolo dei Supereroi: intervista a Luigi Siviero

Dopo la recensione, che avete potuto leggere ieri, del libro Dopo il Crepuscolo dei Supereroi. Grant Morrison, Alan Moore e la British Invasion, redatta da Bendetta Berio, oggi, abbiamo il piacere di ospitare lo scrittore Luigi Siviero, sulle pagine del nostro blog. Con lui abbiamo voluto non solo presentare il suo libro, ma anche ripercorrere insieme le fasi di rinnovamento del fumetto, l’implosione della DC Comics e parlare di Batman. Sono sicuro che troverete le riflessioni dell’autore molto interessanti.

Stefano: Il tuo libro si intitola “Dopo il Crepuscolo dei Supereroi. Grant Morrison, Alan Moore e la British Invasion”. Quando è stato pubblicato e quale è l’editore che lo pubblica e dove è disponibile?

LUIGI SIVIERO: Il libro è stato pubblicato da Eretica Edizioni alla fine del 2018. Può essere ordinato nelle librerie e acquistato nei negozi di libri in rete (tipo Amazon, IBS, Feltrinelli e così via) e nel sito dell’editore (http://www.ereticaedizioni.it/prodotto/luigi-siviero-dopo-il-crepuscolo-dei-supereroi/). Purtroppo non è disponibile nelle fumetterie perché Eretica è una casa editrice che non pubblica abitualmente fumetti (ne ha in catalogo solo un paio) e libri sui fumetti. Essendo un editore estraneo a questo settore non ha rapporti con i distributori che si occupano in modo specifico di rifornire le fumetterie.

Stefano: Cosa differenzia il tuo libro dai tanti scritti finora sul tema ?

LUIGI SIVIERO: I libri su Grant Morrison e sulla British Invasion sono tantissimi, soprattutto in lingua inglese. Mi sembra che ci sia una tendenza a isolare una singola opera e a sviscerarla: penso a Our Sentence is Up: Seeing Grant Morrison’s The Invisibles di Patrick Meaney, Curing the Postmodern Blues: Reading Grant Morrison and Chris Weston’s The Filth in the 21st Century di Tom Shapira e The Anatomy of Zur-en-Arrh: Understanding Grant Morrison’s Batman di Cody Walker, dedicati rispettivamente a The Invisibles, The Filth e al lungo ciclo di Batman, ma anche a Grant Morrison: The Early Years di Timothy Callahan, nel quale alcune opere realizzate da Morrison nei primi anni della sua carriera vengono analizzate in maniera autonoma l’una dall’altra. Dopo il Crepuscolo dei Supereroi si differenzia da questo tipo di libri perché ha un approccio più sistematico ai fumetti supereroistici di Grant Morrison. Dapprima ho rintracciato un filo conduttore che attraversa tutta la produzione di Morrison (vale a dire il tentativo da parte del fumettista scozzese di rivitalizzare la figura del supereroe dopo che Alan Moore e Frank Miller lo avevano messo seriamente in discussione in Watchmen e Il ritorno del Cavaliere Oscuro) e solo in un secondo momento – e sempre tenendo d’occhio il quadro generale – ho preso in considerazione le specificità delle singole opere, allo scopo di capire come di volta in volta lo sceneggiatore abbia affrontato una sfaccettatura di quel problema ricorrente. Con questo non voglio criticare il lavoro degli altri saggisti: anche la scelta di occuparsi di un’opera specifica ha un suo perché e può dare risultati interessanti.

Se non sbaglio in Italia l’unico libro dedicato in modo specifico a Morrison (oltre al mio) è Grant Morrison All Star di Giovanni Agozzino, Nicola Peruzzi e Antonio Solinas. Anche questo saggio (davvero interessante e ben fatto), che copre tutte le opere di Morrison uscite fin quasi alla data di pubblicazione del libro nel 2010, è incentrato su recensioni delle singole opere e ha un’impostazione cronologica. In futuro mi piacerebbe scrivere un libro simile, sempre su Grant Morrison. Vorrei fare una biografia con curiosità e approfondimenti sui singoli fumetti, affiancati da notizie sulla vita privata e non, come il rapporto lavorativo e di amicizia con Mark Millar, la carriera musicale, le tante apparizioni di Morrison come personaggio dei fumetti, le esperienze di recitazione in video musicali e cortometraggi e la lite con Alan Moore.

Stefano: “Dopo il Crepuscolo dei Supereroi” è un saggio/compendio che fa riferimento ai fumetti supereroistici di Morrison scritti nella prima metà della carriera dell’autore. Quale è il tuo resoconto di questo excursus storico?

LUIGI SIVIERO: Morrison esordì nel fumetto americano in un’epoca segnata profondamente da opere nelle quali veniva messo in risalto il lato oscuro dei supereroi. The Uncanny X-Men di Chris Claremont era la collana campione di vendite, Wolverine stava diventando un’icona, Punisher aveva tre serie mensili, Rob Liefeld inventava Cable e si avviava a trasformare i nuovi Mutanti in X-Force… Per non parlare del Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e di Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, l’opera che più di ogni altra ha segnato Grant Morrison. L’influenza di Watchmen sul fumettista scozzese non è stata però positiva: pur apprezzando il capolavoro di Moore e Gibbons, Morrison ha cercato con tutte le forze di smarcarsi dalla visione crepuscolare dei supereroi che emergeva da quelle pagine. Nel mio libro ho spiegato come Morrison abbia cercato di coniugare il realismo mooriano – che nella seconda metà degli anni Ottanta era diventato ormai una caratteristica quasi irrinunciabile per chi volesse fare fumetti di supereroi – con il manicheismo ingenuo della Silver Age. Morrison si chiese se l’approccio realista ai supereroi avrebbe condotto inevitabilmente alla creazione di vigilanti dai metodi brutali, di pazzi assassini e di divinità algide del tutto estranee all’etica e ai problemi degli esseri umani, oppure se sarebbe stato possibile muoversi nella direzione opposta, trovando una giustificazione realista al comportamento disinteressato e altruista dei supereroi classici. La soluzione al problema fu trovata da Morrison nella serie JLA, che ritengo il punto di arrivo del lungo e tortuoso percorso iniziato dal fumettista a metà del decennio precedente. È questo il motivo per cui il libro si chiude proprio con il capitolo dedicato al supergruppo della DC Comics.

Stefano: Le prime fasi di un rinnovamento del fumetto sono chiaramente legate ad una crisi. La sezione grafica comincia a raccogliere già dal 1977 le prime influenze europee legate a Métal Hurlant, rivista sul fumetto fantastico francese edita dal gruppo nato il 19 dicembre 1974 sotto la sigla Les Humanoides Associés, e alla fantascienza di un dopo bomba “hard boiled” della britannica 2000 A.D. E’ proprio lì che si presentano autori del calibro di Brian Bolland, Alan Davis, Dave Gibbons e Alan Moore…

LUIGI SIVIERO: Per quanto riguarda la British Invasion credo che 2000 AD abbia avuto un ruolo niente affatto secondario nella formazione degli autori britannici. Dredd, il personaggio principale della rivista, non è un eroe, anzi: quest’uomo che è contemporaneamente poliziotto, giudice e giuria incarna il potere in un mondo distopico e senza speranze. Amministra la giustizia e combatte il crimine, ma a differenza dei supereroi non è un’incarnazione del bene e della speranza. Penso che Dredd possa essere visto come un “supereroe” (le virgolette sono d’obbligo) privato della patina di ingenuità che caratterizzava i supereroi americani degli anni d’oro.

Immagino che Métal Hurlant abbia influenzato soprattutto i disegnatori, alcuni dei quali osservavano il fumetto europeo. Per esempio Frank Miller ha attinto anche dall’Italia, dove è stato affascinato da Sergio Toppi e Gianni De Luca.

Stefano: Parlaci del tuo punto di vista sul periodo della “DC Implosion”, probabilmente il periodo piu’ buio per la Casa delle Leggende.

LUIGI SIVIERO: Forse la decisione drastica di chiudere numerose serie è stata affrettata ed è dipesa da fattori sfortunati e transitori. A quel tempo si stava tentando di uscire dalla crisi petrolifera del 1977 e la DC aveva provato ad adottare una nuova formula editoriale (albi con più pagine e prezzo maggiorato) per cercare di rispondere alla Marvel, che negli anni Settanta aveva accresciuto la sua quota di mercato aumentando il numero di uscite mensili. Pare che la mossa della DC non diede i suoi frutti anche a causa di una tempesta di neve che compromise la distribuzione dei fumetti proprio in concomitanza con questo rilancio. Può darsi che l’implosione sia stata solo il frutto di una retromarcia decisa troppo in fretta…

Stefano: Il 1979 vede l’introduzione nel mondo del fumetto del concetto di miniserie, una storia completa divisa in tre o quattro albi, un’idea che si afferma subito tra gli appassionati per la facilità con la quale può essere collezionata. Prima miniserie è World of Krypton (luglio 1979) edita dalla DC, limitata a tre numeri, avanguardia di un’intera generazione di serie limitate rinnovatrici del genere, che avrebbero permesso ad autori e sceneggiatori, una più ampia libertà grafica. Ci fai un paragone tra le miniserie dell’epoca con quelle di oggi?

LUIGI SIVIERO: Nella seconda metà degli anni ’70 negli Stati Uniti è nato il mercato diretto delle fumetterie. Le miniserie, ma anche le graphic novel, sono potute nascere e prosperare proprio grazie all’esistenza di quel nuovo canale di vendita. Da qualche anno a questa parte, anche per via dell’accresciuta importanza di un altro canale di vendita, le librerie di varia, si è assistito a un aumento vertiginoso delle edizioni in volume. Oggi è quasi scontato che una serie della Marvel o della DC venga raccolta in volume a pochi mesi di distanza dalla prima edizione serializzata, ma c’è stato un tempo in cui questa pratica era del tutto sconosciuta. Perfino Neil Gaiman, quando iniziò a sceneggiare The Sandman, credeva che la vita editoriale delle sue storie non sarebbe andata molto oltre il classico mese fra un numero e l’altro! Un cambiamento così radicale del mercato del fumetto americano ha inciso sulla produzione delle miniserie.

Per quanto riguarda le miniserie incentrate sul talento degli autori, direi che questo formato ha perso importanza. Fra serie mensili ideate per essere riconfezionate successivamente in uno o più volumi e fumetti che escono direttamente in formato graphic novel, le miniserie hanno fino con il distinguersi sempre meno dai fumetti pubblicati negli altri formati.

Invece le miniserie nelle quali vengono narrati i grandi eventi editoriali (tipo Guerre segrete e Crisi sulle Terre infinite) hanno avuto uno sviluppo spaventoso. Negli anni Ottanta gli eventi erano davvero degli eventi. Invece da un po’ di tempo a questa parte si sta esagerando, e le cose buone vengono fin troppo diluite con quelle inutili…

Stefano: Una domanda diretta che riguarda il Cavaliere Oscuro. Ogni personaggio dei comics che attraversi quasi 80 anni di avventure deve necessariamente evolvere. Impossibile sarebbe immaginare oggi un Batman anni ’60, magari un derivato di quello interpretato da Adam West nei telefilm, diviso tra umorismo e cattivo gusto, o anche accettare senza obiezioni la sobrietà anatomica e le storie iperrealiste del periodo disegnato dal grande Neal Adams. Cosa pensi dell’evoluzione di questo personaggio?

LUIGI SIVIERO: L’evoluzione di Batman nel corso degli anni ha qualcosa di straordinario. Sì, è praticamente impossibile pensare che oggi venga fatto un telefilm di Batman in stile Adam West, però quel telefilm è un’eredità che è rimasta e che oggi o in futuro, assieme a tutte le altre storie e versioni del personaggio, potrà servire come base per creare qualcosa di completamente nuovo. Del resto il Batman seriale di Grant Morrison affonda le radici in molti fumetti del passato che hanno atmosfere simili a quelle del telefilm.

Stefano: Quali sono gli aspetti del mondo DC Comics che apprezzi e quali no?

LUIGI SIVIERO: Un aspetto che mi piace dell’Universo DC è che molte belle storie non sono state soffocate dalla continuity. Mi sembra che rispetto a quanto avviene in casa Marvel gli autori subiscano meno intromissioni dall’alto, meno richieste di coordinare le loro storie con quelle degli altri autori. Paradossalmente questo modo di dirigere le serie ha portato alla creazione di personaggi che hanno alle spalle vite solide e ben sviluppate. Per dire, ormai è assodato da un bel pezzo che Dick Grayson è Nightwing, e nessun autore si è mai inventato nulla per farlo ritornare il Robin ragazzino. Invece nei fumetti della Marvel la continuity è più stretta ma sembra che non porti da nessuna parte: il matrimonio fra Peter Parker e Mary Jane è stato cancellato, Jean Grey è ritornata, le conseguenze di Civil War sulla vita di Spider-Man sono state annullate…

Quello che non mi piace è… che non sempre la continuity è serrata! Nel momento in cui si decide di creare un universo narrativo con storie più o meno in contatto l’una con l’altra bisognerebbe fare in modo che ci sia una certa coordinazione e un piano a lungo termine. Ogni tanto la sensazione è che la DC navighi a vista.

Ci tengo a precisare che non sono per nulla uno di quei lettori che giudicano un fumetto di supereroi in base a quanto è in linea con la continuity. Se c’è una bella storia da raccontare e per farla si deve calpestare la continuity… beh, chi se frega, facciamola! Però nel momento in cui degli autori mi propongono un universo narrativo coordinato, io un pochino me lo domando se quell’universo è davvero ben coordinato. Senza contare che la continuity dei fumetti di supereroi è qualcosa di unico: non esiste nessun campo della narrativa in cui sia mai stato fatto niente di paragonabile.

Stefano: A quali fiere ti possono trovare i nostri lettori?

LUIGI SIVIERO: A dire il vero non sono un grande frequentatore di fiere. Sono stato alcune volte a Lucca, ma è da un paio d’anni che non ci vado. È più facile trovarmi in rete. Un tempo curavo un blog di informazione sui fumetti che oggi ho trasformato in una pagina personale (http://house-of-mystery.blogspot.com/), mentre oggi mi diverto a condividere immagini legate ai fumetti sulla pagina House of Mystery su Facebook (https://www.facebook.com/House-of-Mystery-151242860897/).

Stefano: Grazie per la tua pazienza e per il tempo che ci hai dedicato.

LUIGI SIVIERO: Grazie a te! È stato un piacere!