Batman: THE CLOWN AT MIDNIGHT – IL CLOWN DI MEZZANOTTE (date: aprile-giugno 2007)

Il titolo è ripreso da un film horror del 1988. Morrison ne fa un pretesto per narrare dell’ennesimo letale scherzo orchestrato dal Joker. Fin qua non ci sarebbe niente di particolare, se non il fatto che… questa non è una storia a fumetti! Si tratta invece di un racconto in prosa, che si presenta come un libro illustrato qua e là dai disegni di John Van Fleet. Morrison così può dare libero sfogo alla sua vena narrativa più folle, e ciò fa di questo breve racconto il perfetto contraltare di Arkham Asylum dove la stessa vena è resa perfettamente dal punto di vista pittorico.
(Attenti ad alcuni dettagli di questa storia… ne ritroveremo più d’uno in seguito….)
Il racconto segna anche la rottura tra Joker ed Harley Quinn. Per quanto possa sembrare oca, la simpatica Harley non può rimanere del tutto indifferente al fatto di essere stata usata da Joker come esca destinata ad essere sacrificata per catturare Batman. Il racconto di Morrison non parla della reazione di Harley a ciò, ma il filo viene ripreso poco dopo da Paul Dini nella testata Detective Comics. Qui Harley viene assoldata da Scarface… ma, un attimo, Scarface non era stato ucciso in Un Anno Dopo? No, il morto era Arnold Wesker, il ventriloquo succube dell’infernale marionetta… la quale ha ben pensato di trovare un altro portatore, che stavolta è una portatrice. Alla fine del racconto sapremo se Harley Quinn ha imparato la lezione oppure no.

Batman: IL CICLO DI MORRISON (date: settembre-dicembre 2006)

Nel 2006 avvengono due eventi significativi, riguardanti la stessa persona. Un sondaggio lanciato da Comic Book Resource sui migliori scrittori di fumetti assegna il primo posto ad Alan Moore (Watchmen, La Lega degli Straordinari Gentlemen, V per Vendetta solo per dirne qualcuno), e fin qua il risultato è ovvio, ma il secondo posto viene preso da Grant Morrison (Arkham Asylum, JLA vol.1) che a sorpresa ruba la posizione al più quotato Neil Gaiman (Sandman).
Nel settembre dello stesso anno, Morrison viene chiamato alla direzione della testata Batman. Ed allora lo scrittore scozzese progetta un lunghissimo story arc, e la cui chiave di volta (o sommità, o punto cruciale, chiamatelo come vi pare) è segnato dalla doppia uscita di Batman R.I.P. (che non a caso chiuderà questo progetto) e Crisi Finale.

Morrison è un appassionato cultore di tutte le storie appartenenti alle varie ages, e non ha mai particolarmente apprezzato l’idea che le periodiche Crisis annullino del tutto o in parte i fatti antecedenti e facciano ripartire la continuity da zero. La sua idea è diametralmente opposta: tutto ciò che è stato narrato dalla golden age ad oggi (stiamo parlando di un periodo dal 1939 circa ad ora) è da considerarsi effettivamente accaduto in un arco narrativo di tempo che copre circa un 15-20 anni di vita dei personaggi. Per fare il caso specifico di Batman, supponendo che sia entrato in azione come uomo pipistrello più o meno a vent’anni, al momento in cui siamo arrivati dovrebbe averne circa 35-40 ed aver vissuto tutto quanto è stato narrato su di lui in settant’anni di pubblicazioni.
Il primo risultato di questo assunto è che nello story arc di Morrison vengono continuamente ripresi personaggi e situazioni narrati in ages precedenti e poi finiti nel dimenticatoio. Sarà quindi necessario di volta in volta fare delle brevi presentazioni per introdurre questi ripescati.
La seconda conseguenza è che alcune storie che erano state a suo tempo dichiarate off-continuity, sono ritornate a far parte dell’ufficialità a seguito degli interventi narrativi di Morrison; una di esse è stata inclusa in questo progetto proprio in virtù di ciò, e ne parleremo subito nella storia d’esordio del ciclo.
La terza e più sottile conseguenza è che un individuo, sia pure eccezionale come Batman, ma pure sempre umano, che ha passato tutti gli eventi sopra detti in 15-20 anni di vita, non può ritrovarsi alla fine del tutto a posto con la testa. Ciò è stato in parte anticipato dalla decisione di Bruce, nell’anno sabbatico narrato in 52, di passare un periodo di meditazione a Nanda Parbat, mistico santuario perso nell’Himalaya, dove egli si è sottoposto ad un rituale meditativo di morte e risurrezione per uscirne rinato e liberato dalle sue paranoie. L’effetto è stato evidente: ritornato in azione Un Anno Dopo, ha ripreso in mano il controllo della città con rinnovato vigore, ma sopratutto con spirito positivo e maggiormente ben disposto nei confronti di amici ed alleati, il che per uno come Batman è tutto dire.
Tutto a posto dunque? No, niente affatto. Proprio da qui inizia il ciclo di Morrison che porterà poco alla volta il cavaliere oscuro verso l’orlo della follia, giungendo ad un finale… che ovviamente non vi anticipo, anche se lo si trova facilmente in giro per la rete…. e in questo cammino, lo stile narrativo di Morrison (che non a caso è l’autore del già citato Arkham Asylum), diviene poco per volta sempre più frammentato, sconvolto, a tratti quasi da incubo. Al punto che in certi momenti (sopratutto nei due vertici dello story arc sopra citati) non sarà facile seguire lo svolgersi della narrazione. Un suggerimento importante: tutti gli indizi che troverete d’ora in poi possono essere significativi anche in storie successive, dunque armatevi di pazienza e prestate la massima attenzione: stiamo andando verso la fine di questo progetto, ma non sarà un facile cammino!
Riepiloghiamo brevemente la situazione: dopo i fatti di 52 e di Un Anno Dopo, Bruce Wayne ha preso come suo figlio adottivo Tim Drake (Robin), il quale ora guida il gruppo dei Giovani Titani. Nel frattempo, Dick Grayson (Nightwing) ha abbandonato la città di Bludhaven, distrutta da un’esplosione nucleare durante Crisi Infinita, e s’è stabilito a New York, dove nei primi tempi ha dovuto combattere contro il redivivo Jason Todd, intenzionato a portargli via costume ed occupazione. Da là, egli ora guida il gruppo degli Outsiders. Infine, Bruce Wayne ha creato una seconda batcaverna di scorta nell’interrato del palazzo che ospita il suo attico in centro a Gotham City.
Da qui inizia questo racconto, che è anche l’esordio di Morrison alla guida della testata. E questo esordio è segnato da una rivelazione sconcertante: Bruce Wayne ha un figlio! Eh già, forse dopo tutto questo tempo vi eravate dimenticati la vignetta finale di Il Figlio del Demone? La madre è Talia, la figlia di Ra’s Al Ghul ed a suo tempo amante di Bruce. Il ragazzo, Damian, è stato cresciuto ed addestrato secondo i metodi della Lega degli Assassini di Ra’s, e dunque seppur molto giovane è già un micidiale lottatore… e per giunta ha un caratterino per nulla amichevole, e ne vedremo gli effetti fin da subito: sia per Bruce, che avrà il suo da fare a tenerlo a freno; sia per Tim Drake, che si scontrerà violentemente con Damian, gelosissimo del fatto che qualcun altro sia figlio di Bruce ancorché adottivo; sia per il povero Alfred, messo a dura prova dalle maniere tutt’altro che ammodo del nuovo arrivato.
Durante il racconto Morrison ripesca il personaggio di Man-Bat. Introdotto negli anni ’70, Robert Langstrom, uno scienziato specializzato nei pipistrelli, crea un siero capace di donare all’uomo il senso sonar di un pipistrello e lo prova su sé stesso. Ma c’è un effetto collaterale: il siero trasforma chi ne fa uso in una creatura ibrida uomo-pipistrello. Il personaggio durante la sua storia narrativa ha alternato periodi come criminale ad altri come collaboratore della giustizia.

La morte di Batman

Evento annunciato, il Cavaliere Oscuro scompare nel n.681 della serie.

La traduzione in lingua italiana è stata pubblicata dalla Planeta DeAgostini nel volume Batman R.I.P., edito nel novembre 2009.

 

Un elicottero precipita ed esplode in una palla di fuoco. Muore così Batman, sotto gli occhi increduli dei suoi amici, durante un ultimo, fatale combattimento contro il criminale chiamato Black Glove.

Era una morte annunciata. Lo sceneggiatore Grant Morrison l’aveva preparata con la miniserie “Batman R.I.P.” (riposi in pace). E col numero 681, appena pubblicato negli Stati Uniti, fa uscire di scena il Cavaliere Oscuro. Già, la scena. Vediamo l’elicottero che precipita mentre sul posto arrivano gli amici di sempre: il maggiordomo Alfred, il partner Robin (l’ultimo di una lunga serie), il commissario Gordon. Ma il corpo dov’è? Già altre volte i supereroi (Superman su tutti nel 1992) sono morti e resuscitati. Non sappiamo cosa aspetta Batman. Ma intanto una tavola mostra in lontananza Nigthwing, Dick Grayson, il primo Robin, con in mano la maschera dell’Uomo Pipistrello.

Sembra dirci che qualcuno dovrà raccoglierne l’eredità, Gotham City non può restare senza il suo protettore. E lui è pronto.

Batman appare la prima volta sul numero 27 di Detective Comics del maggio 1939, pubblicato dalla National, oggi DC Comics. Lo creano Bob Kane (1916-1998) e il disegnatore Bill Finger (1914-1974), sebbene la paternità di quest’ultimo sia stata riconosciuta solo tempo dopo. Siamo in quella che è definita la “Golden Age” del fumetto, che arriva fino agli anni Cinquanta, quando viene creato e definito l’archetipo del supereroe. Un anno prima, sul primo numero di Action Comics aveva debuttato Superman. L’enorme successo suggerisce l’idea di un nuovo eroe in costume.

Kane è un grande appassionato di letteratura pulp e di fantascienza. Ma in particolare due film, si dice, lo ispirano: “La maschera di Zorro” del 1920 e l’horror “The Bat” del 1926. Probabilmente le influenze sono anche di più, compreso l’Uomo Mascherato creato nel 1936 da Lee Falk (autore anche di Mandrake il Mago). Crea così un personaggio immortale, destinato a diventare una vera e propria icona.

Batman è un supereroe atipico, non ha superpoteri, ma solo uno straordinario allenamento fisico e mentale, e una grande ricchezza. Quando il piccolo Bruce Wayne assiste all’omicidio dei suoi genitori da parte di un rapinatore, giura di dedicare la sua vita a combattere il crimine. Eredita l’impero industriale del padre e sceglie un costume che possa terrorizzare i nemici, perché, dice, “i criminali per natura sono codardi e superstiziosi”. I suoi studi scientifici gli consentiranno di creare tutta una serie di armi e strumenti adeguati allo scopo.

Wayne è bello e ricco, forte, potente. Ma è solo. Ineluttabilmente solo. Certo, ha molte donne. C’è Alfred, il maggiordomo, che in fondo gli fa da padre. C’è Robin, anzi diversi Robin nel corso degli anni, che lo accompagnano nella lotta. Per inciso, il fatto che il primo Robin fosse adolescente valse al fumetto la critica della Comics Code Authority, l’organo di censura del fumetto statunitense, creato nel 1954, sotto la spinta del libro “Seduction of the Innocents” dello psichiatra Fredric Wertham, codice oggi disatteso dalla maggior parte degli editori.

Ma Batman è solo perché alla base della sua vita c’è una scelta folle (vestirsi da pipistrello per combattere il male), la scelta di un bambino traumatizzato che elabora il lutto in solitudine. E folle, infatti, è il suo alter ego, il Joker, che dice:”L’uomo medio, posto di fronte alla realtà ineludibile della follia, della casualità e della futilità dell’esistenza umana, uno su otto cede, riducendosi a un bruto vaneggiante. Come biasimarlo? In un mondo psicotico come questo, ogni altra reazione sarebbe una follia!”.

Solo i pazzi, dunque, possono essere “normali” in un mondo così. Quello che àncora Batman alla realtà, che gli impedisce di cedere al lato oscuro, si direbbe oggi, è il profondo rispetto delle regole e della legge. Poi però nella storia dei fumetti arriva il 1986, e Alan Moore con “Watchmen” e Frank Miller con “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” riscrivono tutte le regole del gioco. Il fumetto diventa adulto.
Miller disegna un Batman vecchio, stanco, depresso, che non può nemmeno più aggrapparsi a quelle leggi e a quelle istituzioni che sono state il suo mondo per una vita, perché tutto è sporco e corrotto. La morte, ora, può essere una catarsi o un’altra rivoluzione. Quale Batman ne uscirà lo scopriremo presto.

 

Fonte: [Televideo Rai]