Batman attraverso i primi 50 anni di vita editoriale

LA STORIA
La prima apparizione di Batman avviene in una avventura di 6 pagine apparsa sul n. 27 del maggio 1939 della rivista antologica Detective Comics, pubblicata dalla National Periodics. La rivista, una delle prime a presentare materiale creato appositamente per i comic book (e non raccolte di strisce giornaliere apparse in precedenza sui quotidiani), presentava storie ispirate decisamente all’atmosfera dei pulp (letteratura popolare degli anni 30), quali i “ruthless” detective alla The Shadow o bieche figure di malvagi orientali quali Fu-Manchu. Nato dalla fantasia di Bob Kane, disegnatore, coadiuvato da Bill Finger sceneggiatore, anche il Batman delle origini deve moltissimo alle atmosfere crude e violente dell’immaginario popolare degli Trenta. Come lo stesso Finger ha dichiarato: “La mia sceneggiatura fu ripresa da una storia di The Shadow…Come modello per il mio stile di scrivere Batman ebbi le storie di The Shadow. Anche i film della Warner Bros., i film di gangster”. E ancora: “costruivo i cattivi basandomi su quelli dei pulp, un misto di bizzarro e follia”. Come ulteriore esempio si può citare il seguente brano, tratto da una delle avventure di The Phanton Detective, che rappresenta lo standard con cui veniva introdotto il personaggio nei romanzi: “Richard Curtis Van Loan, ozioso playboy miliardario, non era esattamente quell’individuo privo di interessi che fingeva di essere. Per anni ormai aveva vissuto doppia esistenza. Come Van Loan partecipava a feste, portava Muriel a spasso per la città, raramente mancava una prima, ogni capocameriere in città lo conosceva bene. Ma come Phantom Detective viveva una vita completamente differente. Come Phantom combatteva il crimine ed i criminali, si esponeva a pericoli che a volte giungevano ad un punto che lui stesso si chiedeva se ne sarebbe uscito vivo”. Se poi si aggiunge che The Phantom Detective entrava in azione chiamato da un segnale luminoso proiettato da un grattacielo, il gioco è fatto.

ROBIN, THE BOY WONDER
Lo scenario in cui si muoveva il Batman degli inizi era duro, spietato: tanto per citare un esempio il Joker, nella sua prima apparizione (n.1 della rivista Batman, Spring Issue 1940, completamente dedicata all’eroe incappucciato), faceva fuori senza problemi almeno tre o quattro persone. Nello stesso periodo si ponevano però le basi per la trasformazione radicale del personaggio. Da parte editoriale i cambiamenti iniziarono con l’introduzione di un Comics Code ante-litteram, interno alla National Periodics, che vietava di mostrare impiccagioni, accoltellamenti ed ogni riferimento sessuale. Per quanto riguarda la parte narrativa un punto di rottura è l’introduzione della spalla di Batman, Robin, avvenuta nel n. 38 (Aprile 1940) di Detective Comics l’intento dichiarato era quello di stimolare il senso di identifica nei dei giovani lettori. Lo stesso Bob Kane ha dichiarato “Pensavo che Robin avrebbe affascinato tutti i ragazzi di quell’età come un personaggio in cui fosse possibile identificarsi”. Il disegnatore Jerry Robinson (uno dei primi “fantasmi”, ovvero uno dei primi autori il cui nome non viene riportato sui credits, a realizzare Batman, autore di moltissime storie dal 1940 al 1945 e creatore
del personaggio del Joker) ammette che “Robin fu creato nel tentativo di umanizzare Batman”. Le conseguenze derivate a livello narrativo dalla presenza di Robin sono state acutamente schematizzate da Jim Steranko nella sua History of Comics: “Fu un punto di svolta nella storia di Batman, ponendo per sempre fine all immagine di solitudine e minaccia che caratterizzava il Batman degli inizi. Prima il suo personaggio era strano quanto quello dei contorti nemici che incontrava. Batman doveva essere un esempio per il ragazzo. La storia rivelerà l’inserimento di Robin come uno dei punti più salienti ed importanti della strip. A Robin deve certo essere affidato il merito di portare avanti gran parte del peso della longevità di Batman”.

 

SUCCESSO INSPERATO
Il successo di Batman è incredibile e fulmineo. Negli anni della guerra gli vengono dedicati alcuni serial dal cinema e dalla radio, tra il 1943 ed il 1946 esce una striscia sindacata a nome delle ragioni di una simile affermazione non sono facilmente spiegabili: le sceneggiature non brillavano certo per originalità, ed il disegno dei primi anni era pessimo (e confrontate con le strisce giornaliere, opera di Bob Kane, veramente “inguardabili” nonostante la presenza di alcuni, interessanti angle shots decisamente cinematici). Parte del successo va certo assegnato alla dimensione reale e credibile del personaggio: era stato feri tante, rappresentava un esempio emulabile (al pari di Robin più volte, rischiava di continuo la sua vita, e, cosa più impor), un omaggio in cui i lettori potevano identificarsi più facilmente che in molti altri eroi mascherati dell’epoca. Fa notare Dick Giordano (inchiostratore di uno dei periodi migliori di B legato al duo O’Neill-Adams) nella sua introduzione al paperback The Greatest Batman Stories Ever Told: “Mi rendevo conto di er ambire ad essere Batman, ma non potevo aspirare ad essere Superman. In nessun modo potevo ottenere poteri come Superman… Avrei dovuto nascere altrove per quello… Ma potevo, se cominciavo abbastanza giovane, ad allenarmi nel in cui aveva fatto il giovane Bruce Wayne e forse essere giorno come Batman. Beh, non ho mai cominciato ad allenarmi cosi sono rimasto un tipo ordinario, ma sapevo che avrei e questo rappresentava una buona parte del fascino del personaggio per i ragazzi che leggevano Batman. A ciò va aggiunta una delle gallerie di criminali più varie ed interessanti del tale da rivaleggiare con quella di Dick Tracy: la mano villain di forte presa sul pubblico è stata invece uno deboli di supereroi quali il Capitan America della Timely, che ha saputo riciclarsi dalle storie completamente dedicate alla lotta con i nemici dell’Asse e non ha superato la fine degli anni ’40. Come si è detto, anche la stessa figura di Robin ha avuto la sua importanza. Ma la parte del leone è stato il medium stesso del comic book, che ha permesso a Batman di superare la crisi dei pulp, di cui pure è erede diretto, e di presentarsi in gran forma al pubblico del dopoguerra, anche se. come vedremo, con un target sempre più giovanile.

GLI ANNI DELLA DECADENZA
“Agli inizi degli anni 50 ogni tono nero che aveva permeato le storie di Batman era completamente sparito. Le sue avventure erano diventate sempre più monotone, ed anche l’uso della a lungo stabilita Rogues’ Gallery Joker. Pinguino, Donna Gatto ed altri si era fatta sporadica. [.. .] In particolare, il periodo metà-fine anni 50 fu davvero fiacco nel giudizio di ogni vero appassionato di Batman”. Questa frase di Mark Waid, tratta dalla postfazione al volume The Greatest Joker Stories Ever Told. sintetietizza perfettamente il carattere delle storie degli anni 50 e dei i anni ’60. Il Dinamico Duo si perde in un gruppo di racconti immaginari, narrati dal maggiordomo Alfred (per fortuna non tanti quanto quelli del contemporaneo periodo di Superman) ed in avventure a sfondo fantascientifico, con tanto di mostri, alieni verdi, viaggi nello spazio e nel tempo, che ne snaturano completamente il personaggio. Alcune storie non erano poi mal congegnate, solo erano decisamente ingenue. Questo, unito ai tempi narrativi cosi lontani dal gusto attuale rende le avventure del Duo quasi al di là di ogni possibile recupero nostalgico. La stessa introduzione del Comics Code non influì poi troppo sulla loro qualità. Contribui certo ad aumentare il carattere decisamente fa delle avventure (ben diverso dal tono realista alla Dick Tracy delle origini, retaggio anche questo dei pulp). Prima di tutto limitando il numero di apparizioni di alcuni personaggi particolarmente imbarazzanti (ed il numero di presenze del Joker si riduce drasticamente dalle 15-20 l’anno alle 2-3 dopo il 1956). In secondo luogo rendendo definitivamente Gotham City quel che, negli episodi a fumetti degli anni Quaranta e Cinquanta, sembrava un vastissimo campo da gioco urbano macchine da scrivere e di altri attrezzi scenici colossali” così come viene descritto da A. Moore nell’introduzione al paperback The Dark Knìght Returns. Alla metà degli anni ’60, le avventure del Duo risultavano decisamente fuori moda: fatto gravissimo per ogni prodotto dell’industria di massa, le storie avevano perso completamente il feeling con il proprio periodo.

THE SILVER AGE

Tutto cambia quando dal giugno 1964 alla direzione editoriale delle testate legate a Batman viene assunto Julius Schwartz, che cerca di svecchiare l’immagine dell’Uomo Pipistrello. Vengono chiamati a collaborare alle collane di Batman molti nuovi autori, fra i quali svetta la coppia Gardner Fox-Carmine Infantino, che nel 1959 aveva inaugurato la Silver Age dei comic-book con le storie del nuovo Flash (quello di Terra Uno, per intenderci). Il look viene cambiato senza nessuna spiegazione: l’aspetto grafico subisce un decisivo ammodernamento, lasciando lo stile pupazzettistico tipico degli anni precedenti per un tratto più realistico e con gadgets decisamente anni ’60 (come la “linea calda” telefonica fra la Bat-Caverna ed il commissariato). Le sceneggiature di Fox assumono un tono poliziesco, alla detective story, mai veramente inserito nel carattere del personaggio, anche se lontano dai toni noir tipici del Dark Night delle origini, che invece caratterizzeranno le storia degli anni 70.

TV SHOW

Il nuovo periodo giallo ha però breve durata. La serie di telefilm ispirata a Batman del 1966 ha un successo straordinario, por­tando il personaggio ai vertici della popolarità. Si assiste ad un vero boom del merchandising, e la Bat-mania impazza per il paese. Credo che molti abbiano presente qualche episodio della serie televisiva: si trattava della riproposta di un atteggiamento decisamente anni ’50, dove la figura di Batman era associata a quella di un “Adam West che snocciola battute di dialogo bana­lissime con offensiva serietà” (per dirla alla Moore), ed il cui risultato è quantomeno discutibile. Nonostante tutto, il fenomeno Batman dilaga, e lo sviluppo abnorme del mercharìdising legato alla serie televisiva rende l’immagine del Duo Dinamico e dei suoi arcinemici un punto fermo nell’immaginario americano degli anni ’60. Non a caso Batman è stato una figura spesso sfruttata dagli artisti POP, la cui narrazione era infarcita da elementi della cultura di massa. Si legga il seguente dialogo (opera dell’autore POP Donald Barthelme), scritto nei primi anni ’60 (in periodo non-telefilm), e che evidentemente vuole riecheggiare sensazioni anni ’50, pur sembrando tratto di peso dalla serie televisiva:

“Dunque, commissario, che succede?”

“Questo!” disse il commissario Gordon. Posò il modellino di una nave sulla scrivania davanti a se. “Il pacco è stato portato da un fattorino, indirizzato a voi, Batman! Credo che il vostro vecchio nemico, il Giocatore (sic!), sia di nuovo in libertà!”

[. . . ]

“L’Olandese Volante!” esclamò Fredric, leggendo il nome dipinto sulla prua del modellino di nave. “Il nome di un famoso vecchio vascello fantasma! Che cosa può voler dire?”

“Un indizio abilmente celato!” disse Batman. “L’Olandese Volante sta qui probabilmente ad indicare il commerciante di gioielli olandese Hendrik van Voort che arriva in aereo stasera a Gotham City con un carico di pietre preziose da consegnare ai clienti!”

[Il brano è tratto dal racconto II più grande trionfo del Giocatore, di cui sono protagonisti Batman, Robin, il commissario Gordon, il Giocatore ed uno sconosciuto Fredric (omonimo, non a caso, dell’autore del famigerato Seduction of thè innocent), presente nella raccolta Ritorna, dr. Caligari, edita in Italia da Bompiani], Quale influenza ebbe la serie di telefilm sui comics del Cavaliere Oscuro? Dice ancora Mark Waid, facendo considerazioni sul Joker che sono fondamentalmente estendibili a tutto il tono delle serie: ”[…] dal momento in cui le collane di Batman cominciarono a riflettere i programmi TV, il Beffardo Burlone divenne una presenza regolare al loro interno. E mentre ci piacerebbe affermare che le sue apparizioni nei comics variavano dal ridicolo al terribile, questo non sarebbe vero. Semplicemente, variavano dal ridicolo allo scemo. Non brutte… solo sceme”.

IL CICLONE ADAMS

Non è possibile riassumere in poche parole l’influenza che ha avuto Neal Adams nel mondo dei comic-book a partire dalla fine degli anni ’60. Il disegnatore è stato il motore di una vera e pro­pria rivoluzione grafica che, prendendo le mosse dal suo lavoro su Deadman (eroe secondario del cosmo DC, che Adams aveva ereditato da Carmine Infantino col numero di Stranie Adventure dell’ottobre 1967), doveva imporre il suo stile “higly realistic” (come lo definì Jack Miller, editor ed autore delle prime storie di Deadman, in contrapposizione allo stile più paludato della restante produzione DC) come uno standard per il medium. Le prime storie di Batman disegnate da Adams.sono del ’69: an­che se non diventerà mai l’artista regolare della serie, la sua impostazione grafica del personaggio servirà da guida per i disegnatori regolari, Irv Novick (Batman) e Bob Brown (Detective Comics), oltre che a rivelarsi seminale per il lavoro degli sceneggiatori. Rilevano giustamente Jacobs e Jones nel loro fondamentale libro sulla Silver Age The Comic Book Heroes: “Poco tempo dopo che Adams ebbe ridefinito visualmente Batman, Julius Schwartz fece uscire una storia che cambiò il contesto entro cui si muoveva il personaggio, in maniera tale da accordarlo alla visione dell’artista. In Batman 217 del dicembre 1969, con soggetto dello stesso Schwartz e sceneggiatura di Frank Robbins (e disegnata da Novick in un perfetto stile-Adams, n.d.a.), Dick “Robin” Grayson se ne va al college, lasciando Batman in un ruolo di soli­tario a lui più congeniale. Bruce Wayne modifica il suo costume di Batman, allungando le orecchie ed il cappuccio, per dargli un aspetto che incuta maggiormente timore; dopodiché Bruce, con il suo maggiordomo Alfred, abbandona il Wayne Manor per stabi­lirsi in una mansarda in cima all’edificio che ospita la Fondazione Wayne, in maniera tale da poter vivere “nel cuore di quella stri­sciante fanghiglia urbana — per tirar fuori… la nuova progenie di topi da fogna… da dove vive e s’ingrassa sulla gente innocente.” In questo modo, benché fosse ancora calato nei panni tipici del­l’eroe in costume, Batman ora agiva principalmente nel ruolo di vigilante e detective.”

Batman riacquista dopo 30 anni la sua “libertà” e, con essa, i toni cupi e metropolitani che ne avevano caratterizzato le origini: queste caratteristiche verranno accentuate nella prima metà degli anni 70, soprattutto nelle non molte avventure firmate dalla coppia O’Neill-Adams, spinta dal successo della collana Green Lantern- Green Arrow da loro curata a ricrearne la vitalità ed energie anche nelle storie di Batman. Un periodo fra i migliori delle testate del­l’Uomo Pipistrello, grazie anche alle sceneggiature di Frank Robbins ed Archie Goodwin. Ed è proprio l’abbandono da parte di Goodwin del ruolo di editor della testata Detective Comics (numero 443 dell’aprile 1974) che simbolicamente chiude uno dei migliori periodi nella storia del Cavaliere Oscuro.

L’IMPLOSIONE DELLA DC

“L’inconsistenza dei team creativi era un qualcosa di nuovo per il mondo dei comic-book. Nel passato, quando un lettore acqui­stava un fumetto, non stava solo comprando le avventure del suo eroe preferito, ma il lavoro di uno stesso gruppo creativo che per anni aveva modellato quelle avventure. […] Lettori che erano stati abituati all’affidabilità dei vecchi periodi venivano perennemente frustrati quando i loro artisti cominciarono a sparire dalla vista dopo aver passato dei brevi, allettanti periodi in questa o quella collana. […] Il mondo di Batman fornì uno dei rari casi di consistenza alla DC, The Brave and thè Bold. […] Ma The Brave and thè Bokl era una eccezione. Le avventure a solo di Batman diventarono sempre più disorganizzate. Sia le nuove star che i vecchi mestieranti abbandonarono le collane dedicate all’Uomo Pipistrello, lasciandole nelle mani di una moltitudine di scrittori che non rimasero mai a sufficienza da dar loro una direzione, ed artisti quali John Calnan e Ernie Chua, che mancavano sia delle atmosfere di Adams sia della solida capacità di narrazione di Brown e Novick.”

Il caos creativo ed editoriale che Jacobs e Jones descrivono non coinvolgeva soltanto le collane legate a Batman, ma tutta la DC. Sono gli anni del definitivo sorpasso ad opera della Marvel, avvenuto verso la metà degli anni 70. Nel periodo dal 75 al 78 la casa di Superman lancia qualcosa come oltre quaranta nuove testate (poca cosa per gli standard attuali, lo ammetto…) nel tentativo di incrementare i profitti: un tentativo ben presto imitato dalla Marvel, e con maggior successo, grazie anche alle novità tematiche, con collane che spaziavano dalle arti marziali (che erano la moda del momento) alle serie che si ispiravano a trasmissioni televisive od a film di successo (La fuga di Logan, Guerre Stellari…). La maggior parte delle testate, con in testa quelle della DC, fu costretta a chiudere i battenti dopo l’uscita di appena una decina di numeri, colpevole sia la loro infima qualità, determi­nata, tra l’altro, anche dall’esodo di molti brillanti autori (quali Steranko e lo stesso Adams, attratti verso altri interessi o verso le prime case editrici indipendenti); sia, più in generale, per pro­blemi legati alla distribuzione: una situazione di mercato caotica che avrebbe portato alla nascita dei negozi specializzati ed alla ri­strutturazione della rete distributiva, con la penalizzazione dei ca­nali classici di vendita (situazione non descrivibile in poche righe, e per cui rimando a studi più approfonditi sulla storia recente del mercato americano, curati nei 2-3 anni passati da Chuck Rozanski per la sua Mile High Future).

Nonostante la grave crisi che attraversava la DC, che l’avrebbe costretta verso la fine degli anni 70 a diminuire vertiginosamente il numero delle proprie testate presenti sul mercato (da cui il termine DC Implosion), e che nei primi anni ’80 ne avrebbe fatto temere il tracollo economico, la vicenda editoriale di Batman prosegue senza particolari scosse. Nascono e muoiono alcune testate minori che si richiamavano a personaggi della sua mitologia (quale Batman Family, Man-Bat, The Joker…) vede la luce nel­l’agosto 1983, ed ottiene un moderato successo, la testata Batman and thè Outsiders, creata da Mike Barr e Jim Aparo sull’onda del successo dei Teen Titans di Wolfman e Perez, e che merita di es­sere ricordata solo perché segna l’esordio in terra americana, col numero 24, del disegnatore Alan Davis. Era iniziata l’onda lunga dei mutanti, e si cominciava a respirare aria di Crisis….

CRISIS ON INFINITE EARTHS

La premessa con cui nasceva questa maxi-serie era quella di riorganizzare e semplificare l’universo DC in occasione del 50° anniversario della casa editrice, o, per dirla con le parole di Marv Wolfman, “Chiarire cosa facesse parte del cosmo DC e cosa no!” “Ho una visione” scriveva Dick Giordano, direttore esecutivo della DC fin dal 1981, “…una visione in cui i fumetti sono tutto quello che possono essere. Voglio dare alla DC una linea editoriale che faccia lavorare insieme autori che hanno a cuore il materiale a cui stanno lavorando, loro stessi e i lettori. Autori che lavorano per un obiettivo comune per amore del proprio lavoro e per il desiderio di divertire ed intrattenere il lettore… ed anche sé stessi.” […] Purtroppo tali premesse non sono state mantenute e l’unico effetto duraturo del cosmo DC è stato l’annullamento dei 50 anni di continuity pre-Crisis. […] Molte collane proseguirono senza scossoni e senza particolari cambiamenti la loro vita edito­riale, impedendo la realizzazione di quella diversità di stile che Giordano voleva come caratteristica dei fumetti DC, e che si attuerà negli anni successivi, soprattutto grazie agli autori inglesi e allo spostamento di target verso un pubblico più adulto.

IL DOPO CRISIS E FRANK MILLER

La mitologia di Batman conosce il suo ultimo punto di svolta con il marzo 1986, data di chiusura in America della maxi-serie Crisis. In quel mese esce infatti il primo numero della mini-serie The Dark Knight Returns, ad opera di Frank Miller — coadiuvato da Klaus Janson alle chine — che avrebbe poi finito la riscrittura del mito dell’uomo-pipistrello con la miniserie-nella-serie Year One, realizzata in collaborazione con il disegnatore David Mazzuchelli ed apparsa nei numeri dal 404 al 407 (pubblicati an­che in Italia, in due volumi, dalla Rizzoli). In maniera simile a qu­anto era già avvenuto per Adams, gli autori regolari che si sono succeduti nelle testate dedicate a Batman (ed in particolare per qu­anto riguarda Legends of thè Dark Knight) hanno preso ad esempio il lavoro di Miller, riprendendone soprattutto le atmo­sfere cupe e gotiche che nella mitologia del Cavaliere Oscuro erano comunque già presenti (ad opera ad esempio di un veterano quale Gene Colan). Tim Burton stesso ne è stato influenzato, tant’è che nel suo film cita l’isola Corto Maltese, a sua volta un omaggio di Miller ad Hugo Pratt. Non sempre però gli autori hanno saputo servirsi della lezione del popolare autore. Un esempio per tutti è A Death in the Family, una mini-serie-nella- serie (dal 426 al 429 di Batman) che, se non fosse per la morte di Jason Todd, il secondo Robin, sarebbe già finita nell’oblio.

Batman v Superman: Dawn of Justice Recensione di Alessandro Di Nocera

Batman V Superman è un film scritto e diretto da chi di fumetti – e di fumetti targati DC Comics, nello specifico particolare – ne capisce fin troppo e li ama fino al punto da rinunciare, paradossalmente, alle necessità del pubblico generalista per andare a scandagliare, con amore e ammirazione, i capisaldi e le sottigliezze del più antico universo supereroistico. Col rischio di incappare nelle rimostranze di chi – a torto – si reputa competente (per non usare la parola nerd, che da dispregiativa è divenuta una sorta di status symbol) senza esserlo nemmeno un po’.

Batman V Superman è un film ipertrofico che racchiude un sacco di elementi, lascia intuire parecchi presupposti e inaugura innumerevoli sviluppi futuri.
C’è un Batman rabbioso e disincantato che sembra derivato da una commistione tra The Shadow (il giustiziere tenebroso della letteratura pulp) e il Dark Knight di Frank Miller.
C’è un Superman prigioniero di una duplice natura, terrestre e aliena, che non riesce a conciliare e che trova in Lois Lane – l’umana di cui innamorato e con la quale condivide corpo e anima – l’unico faro, l’unico punto di riferimento.
C’è un Lex Luthor tanto geniale quanto pazzo, ossessionato dai confini dell’umano e del divino, evidentemente influenzato dall’ineffabile presenza di un’entità oscura che non si è ancora manifestata, ma che, in qualche modo, riesce già a condizionare in negativo gli uomini. Forse anche Batman.
C’è una Wonder Woman immortale e ancora insondabile che si pone il problema, dopo cent’anni di autoesilio, di tornare nel mondo degli uomini per cercare di cambiarlo in positivo.

Gli autori di Batman V Superman sanno che il DC Universe si fonda su una forza mitopoietica che affonda le sue radici in quattro stagioni differenti: la Golden Age degli anni Trenta e Quaranta; gli esordi della Silver Age nella seconda metà degli anni Cinquanta; la visionaria saga del Quarto Mondo di Jack Kirby, nella prima metà degli anni Settanta; la Modern Age della seconda metà degli anni Ottanta (con Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller e il Watchmen di Moore e Gibbons a fungere da assi portanti).
E nel film tutto questo c’è. Al di là, ripeto, di come possano percepirlo gli spettatori comuni.

Non c’è un solo passaggio narrativo in Batman V Superman che non abbia una logica e una forza.
Le azioni di Luthor si rifanno a quello della Silver Age, ma, al contempo, si dipanano come se le avesse sceneggiate il Grant Morrison della saga Crisi Finale.


Il suo piano – portare allo scontro distruttivo Batman e Superman – è tanto minuzioso quanto indecifrabile. E infatti l’Uomo Pipistrello – il più grande detective del mondo – stenta a comprenderlo, al punto tale da emergere dalla ragnatela solo grazie a uno scatto emotivo e a un’intuizione posta nei recessi della sua mente e del suo spirito. Del resto Luthor brama solo il potere – un assurdo logico – amplificato dall’influenza nefanda del non ancora manifestatosi demoniaco e machiavellico Darkseid, signore del pianeta infernale Apokolyps.
Ma Darkseid già c’è e il mondo post-nucleare di cui Bruce Wayne ha visione è puro Quarto Mondo di Kirby – ci sono pure la Sanzione Omega e i parademoni – mediato dal già citato Grant Morrison di Crisi Finale e, come fonte parallela, dagli sviluppi della recente miniserie Injustice.

 

In questa storyline portante si intersecano l’ingresso in scena di Wonder Woman – le sue origini sono quelle della Silver Age rivisitate da George Perez, le sue attitudini guerriere sono quelle della Modern Age, soprattutto nelle visioni contemporanee di Greg Rucka e Brian Azzarello – e l’anticipazione dell’imminente arrivo di altri tre metaumani: Flash, Cyborg e Aquaman. In più, c’è l’aggiunta finale della saga della Morte di Superman d’epoca Jurgens, con un Doomsday le cui origini sono mixate con quelle di Bizarro, un clone malriuscito di Superman creato, nelle storie a fumetti, proprio da Lex Luthor.

 

Il film è lungo e si prende i suoi gravi rischi. Non è uno spettacolo per ragazzini o persone distratte: nella prima parte della pellicola il montaggio tende addirittura a tagliare o a soprassedere sulle scene d’azione, dandole quasi per scontate e puntando a comunicare la gravità mitologica dei personaggi.

Poi parte lo scontro tra Superman e Batman e la sua risoluzione testimonia quanto gli sceneggiatori ci abbiano ragionato e conoscano la materia di cui scrivono. Il nome “Martha” – la madre adottiva di Clark Kent e quella assassinata di Bruce Wayne si chiamano allo stesso modo – fa vacillare il Cavaliere Oscuro. E l’ingresso in scena di Lois Lane fuga ogni dubbio sull’ostilità creata ad arte da Lex Luthor (e dalla presenza, ne sono certissimo, dei primi effetti dell’Equazione dell’Antivita di Darkseid). Non esistono particolari e fantomatici “buchi di sceneggiatura” in Batman V Superman.
L’Uomo d’Acciaio interviene come un deus machina a salvare sempre e comunque Lois Lane perché è “sintonizzato” sul suo essere. La percepisce dovunque sia e corre in suo soccorso. Non percepisce la propria madre adottiva in pericolo perché “non la sente a pelle” e non è “sintonizzato” su di lei. I supersensi di Superman non possono funzionare in altro modo, pena l’incapacità del supereroe di fare ordine nelle sue percezioni.
Di come Luthor abbia scoperto le identità segrete di Superman e Batman… be’, lo spostatissimo Lex è un genio che adotta i mainframe e i database più avveniristici. Del resto stiamo parlando di un criminale capace di indagare anche sull’identità e sulla provenienza di un’immortale. E questo Wonder Woman lo sa. Per questo fa il suo ritorno nel mondo degli uomini, consapevole del pericolo.
corrispondono rispettivamente a New York Metropolis e Gotham City e al New Jersey. Su come facciano due metropoli americane a coesistere a distanza così ravvicinata, la risposta la fornisce la caratteristica stessa della Terra-DC Comics, dove sulla Costa Est troviamo diverse metropoli fittizie poste a distanza assai ravvicinata rispetto alle metropoli reali.
Basta pensare, altresì, che sulla Costa Ovest di Terra-DC coesistono Coast City (la città di Lanterna Verde) e Gateway City (città di Wonder Woman) in un’area occupata anche da San Francisco e Los Angeles.

Batman V Superman è, insomma, un film tosto che ha il merito di non cercare mai il consenso degli spettatori, di non strizzargli mai l’occhio in maniera piaciona. E’ un film epico e mitologico che per “pesantezza” ricorda proprio le monolitiche saghe di Jack Kirby, incapaci di cercare compromessi coi lettori.

Un gran film, vibrante, denso, graziato da recitazioni consapevoli e da un’eccellente colonna sonora, destinato a diventare, col tempo, oggetto di culto e di giusta valutazione.

Alessandro Di Nocera

The Bat-man 1939

Il 1939 era iniziato da poche settimane. Ogni giorno giornalai e drogherie presentavano un numero sempre maggiore di albi a fumetti. Eroi intrepidi nei lontani mari d’Oriente, animaletti parlanti buffi e divertenti, G-Men federali in tenace guerra contro gangsters e corrotti. L’offerta di comics soddisfaceva ogni tipo di pubblico. La TV era ancora troppo giovane, mentre la narrativa grafica era già a uno stadio avanzato. Nella conquista dei cuori americani non aveva molti rivali: cinema, radio e riviste di letteratura pulp. Una competizione aspra, ma leale.
Nella primavera del ’38 un nuovo personaggio, a bordo di un razzo proveniente dal moribondo e lontano pianeta Krypton, era approdato sulla Terra dei Comics. Il nobile e invulnerabile Superman, Adamo di tutti i super eroi. Nel 1939 ACTION CO­MICS, il magazine che ospitava le sue av­venture, superò il mezzo milione di copie mensili, con un trend in forte ascesa. Alla NATIONAL PERIODICALS si decise di raddoppiare la dose, aggiungendo le ristampe, che presto divenne un bimestrale di storie originali. Furono pubblicate strips persino sui quotidiani. Gli autori di Superman – Jerry Siegel e Joe Shuster – guadagnavano 800 dollari alla settimana. Era uno stipendio da sogno per un ventiduenne sveglio, ma privo di mezzi, come Bob Kane.

Quando VINCENT SULLIVAN, l’editor della National conosciuto un anno prima, gli confidò la cifra, Bob stentò a crederci. Le sue parole, rievocate tempo dopo dallo stesso Sullivan, furono suppergiù queste: “Lavoro su personaggi di ripiego e su strip che hanno solo una funzione riempitiva. Tutta roba umoristica. Incasso circa 40 dollari a settimana e sbarco a fatica il lunario. Se mi garantisci i guadagni di Siegel & Shuster, ti consegnerò un secondo Superman sul tavolino entro lunedì”. Questa conversazione tra Kane e Sullivan ebbe luogo un venerdì. C’era l’intero weekend davanti. Un weekend fortunato perché segnò la nascita di un’icona dell’immaginario fumettistico mondiale!


Tornato a casa, Kane si affannò a buttar giù sketch preliminari, cercando l’ispirazione giusta, abbozzando le linee fondamentali del suo super eroe. In quel momento non si curò delle origini. Per quanto assurdo possa sembrare, il racconto del macabro omicidio in Crime Alley non era neppure lontanamente nei suoi pensieri. Joe Chill che massacra i coniugi Wayne di fronte agli occhi innocenti del figlioletto Bruce, l’ossessione di vendetta maturata da Bruce fino alla nascita dell’alter ego Batman… Nessuno, oggi, saprebbe concepire il Dark Knight senza la sua traumatica esperienza infantile. Non esiste Bat-racconto di un certo rilievo, recente o meno recente, che non riprenda a suo modo l’evento. Ma quel fine settimana del 1939, Kane non se ne preoccupò affatto. A lui premeva trovare un design “forte” per il suo character. Un look capace di impressionare al primo sguardo e di attirare sin dalla copertina la curiosità del lettore. Per le origini ci sarebbe stato tempo in seguito (e infatti arriveranno sei mesi dopo, nel novembre 1939).
Per chissà quale imperscrutabile motivo, continuava a ronzargli in testa una macchina volante sostenuta da una coppia di immense ali da pipistrello. Si chiamava l’ornitottero. L’aveva dipinta, secoli addietro, un certo Leonardo da Vinci. Kane ne era rimasto affascinato, e gli sembrava perfetto combinare quell’alata figura rinascimentale con i film d’azione che avevano rallegrato la sua adolescenza. Centinaia di pellicole in bianco e nero, decine e decine di sabati pomeriggio trascorsi al cinema, un mare di immagini e di ricordi riaffiorò nel breve volgere di qualche ora.
Da un film del 1921, THE MARK OF ZORRO, interpretato dalla stella del muto Douglas Fairbanks (e tratto dal romanzo di Johnston Mc Culley), Kane rubò il carattere dell’uomo in maschera.

Il campione del Bene che combatte il Male grazie alla sua abilità acrobatica e ginnica. Indolente dongiovanni di giorno, vendicatore mascherato di notte: Zorro lasciava una cospicua eredità al BatMan. Altrettanto la nascita del Cavaliere Oscuro deve in riconoscenza ai film dell’orrore, così in voga negli Anni ’30. In quel fatale weekend, Bob Kane recuperò dai suoi ricordi di fanciullo, un’opera del 1930: THE BAT WHISPERS (la seconda versione cinematografica di THE BAT, un giallo scritto da Mary Roberts Rinehart). Nel film Chester Morris era il cattivo di turno. Ma grazie al costume da pipistrello che indossava, emergeva subito come la vera star.


Al completo da pipistrello, Kane aggiunse il tocco d’eleganza del mantello. Anche qui si sprecavano i precedenti sul grande schermo, primo fra tutti il DRACULA uscito nel 1931, con un immortale Bela Lugosi. Dopo aver sciolto gli ultimi dubbi, il giovane artista chiamò ad aiutarlo l’amico e collaboratore Bill Finger, di appena un anno più giovane. I due lavoravano insieme alla strip di RUSTY E I SUOI COMPARI, serie minore pubblicata nell’antologico “Adventure Comics”.

Possiamo immaginare quel colloquio telefonico del 1939: sogni di gloria e di facili guadagni si saranno alternati a fitte discussioni sull’aspetto di Bruce. Troppe idee, per parlarne a distanza… Al suo arrivo nello studio di Kane, Finger esaminò accuratamente gli sketch. Vide una sorta di Superman, con gli stivali ma privo di guanti, vestito di una tutina rossa vagamente somigliante alla pelle di un roditore volante, gli occhi coperti da una mascherina stile Zorro, il mantello alla Dracula. Fioccarono i suggerimenti. Dall’illustrazione di un pipistrello contenuta nel dizionario Webster, nacque l’idea delle orecchie appuntite e triangolari, mentre si stabili di nascondere completamente il viso, coprendolo con un cappuccio. Il mantello assunse un ruolo di primo piano: quando l’eroe era in volo, doveva somigliare alle ali di un Pipistrello. In un secondo momento, gli occhi del personaggio furono ridotti a inquietanti fessu-re bianche. Era una virata verso l’orrorifico. Da lì a poco, il Detective Mascherato avrebbe viaggiato fino in Ungheria, per massacrare con pallottole d’argento un nugolo di vampiri (Detective Comics n. 31/32, scritto da GARDNER FOX).
Il personaggio era finalmente completo. Con un ultimo tocco di grande eleganza, Finger lo battezzò Bruce Wayne. Al suo socio, Bob Kane, non sfuggi l’assonanza con il proprio cognome. D’altronde, si commentò, Bat-Man amava le nottate in bianco proprio come lui.
Quando la versione definitiva del fumetto venne presentata a Vincent Sullivan, non ci furono dubbi. Questo super eroe così gotico, misterioso, e nel contempo del tutto sprovvisto di poteri soprannaturali, era perfetto per le atmosfere “nere” di DETECTIVE COMICS. Nata nel marzo 1937, questa collana era andata avanti senza particolari acuti fino al numero 26, dell’aprile 1939. Parziale eccezione, forse, si può fare solo per le rare apparizioni di Fu Manchu, e per i racconti del Vendicatore Cremisi, il primo giustiziere incappucciato della Golden Age. Ma adesso, con Bat¬Man, cambiava musica. Eravamo nel maggio del 1939. Chi avesse chiesto una copia di Detective Comics, avrebbe ricevuto il fatidico numero 27…
Il resto? Il resto è Storia. Bill Finger sceneggiò la prima Bat-avventura (“The Case of the Chemical Syndacate”) senza badare granché alla politically correctness. I cattivi morivano tra le fiamme, o giù da un grattacielo, e Bat-Man non batteva ciglio per salvarli dall’atroce fine: se l’erano meritata. Presto sarebbe apparsa anche una pistola nel suo arsenale. Uno strappo narrativo di breve durata, poiché la National ne proibì l’ulteriore uso per non turbare i bambini ed evitare reazioni negative da parte dei loro genitori. Elemento emblematico delle prime storie di Batman divennero le citazioni di altri eroi contemporanei: quelli della letteratura pulp, delle strips e degli show radiofonici. Dalle effervescenti riviste pulp proveniva la maestria scientifica e l’uso di fantagadget tipico di DOC SAVAGE, così come l’alone di mistero e l’ansia implacabile di giustizia caratteristici di THE SHADOW.

Le strisce quotidiane prestarono i grotteschi nemici di DICK TRACY e l’astuzia investigativa di PHANTOM, l’Uomo Mascherato. La radio, infine, propose il modello di GREEN HORNET, ricchissimo vigilante in grado di tramutare le proprie immense fortune personali in un’invincibile armeria anticrimine.
Mentre Finger si dilettava ad attingere nel fitto sottobosco della fiction d’evasione, prendendone in prestito i più popolari archetipi, Bob Kane affinò il suo stile grafico. Il suo modello principe erano le inquadrature innovative del regista Orson Welles. In particolare il film “Quarto Potere” (1941) sarebbe divenuto un’autentica fonte di ispirazione per l’artista e per il suo talentuoso aiutante, JERRY ROBINSON.


Ma su quest’accenno a Robinson – uno straordinario disegnatore – ci interrompiamo. Avremo modo di analizzare la saga di Bruce Wayne attraverso note, auguri di compleanno speciali e simpatici ricordi da parte di tanti personaggi del mondo dei fumetti, che avrete modo di leggere, vedere ed ascoltare in esclusiva su queste pagine. Oggi, però, ci interessava solo un incubo, nato in una notte del 1939. Il peggior incubo che potesse mai vivere la mala di Gotham City. Un incubo chiamato Bat-Man.