Se c’è un fumetto che ha cambiato per sempre il modo di raccontare Batman – e, diciamolo, i supereroi in generale – quello è senza dubbio Batman: The Dark Knight Returns. Pubblicato originariamente nel 1986 da DC Comics, firmato da Frank Miller ai testi, Klaus Janson ai disegni e alle chine e Lynne Varley ai colori, questo capolavoro arrivò come un pugno nello stomaco in un’epoca in cui il Cavaliere Oscuro stava ancora cercando una nuova identità dopo anni di storie più leggere. Miller fece saltare il banco: ci mostrò un Bruce Wayne invecchiato, stanco, fisicamente provato e psicologicamente ossessionato, un uomo che aveva appeso il mantello al chiodo ma che non aveva mai davvero smesso di essere Batman. Gotham è allo sbando, i Mutanti terrorizzano la città, i supereroi sono diventati un problema politico in piena atmosfera da Guerra Fredda e l’America sembra aver perso il controllo di se stessa. In questo scenario cupissimo, il ritorno di Batman non è un atto eroico tradizionale, ma una necessità quasi violenta, raccontata attraverso monologhi interiori taglienti, notiziari televisivi martellanti e il giudizio costante dell’opinione pubblica.
